India: i bambini dimenticati


In un mondo progredito come il nostro, esistono ancora troppe ingiustizie. Forse il progresso lo abbiamo avuto nel campo della medicina, della scienza, ma a livello sociale, o meglio umanitario siamo davvero progrediti?

Il mio articolo si base sull’ennesima tragedia che colpisce i bambini, sempre loro, i soggetti più deboli e fragili che dovrebbero essere al primo posto nelle nostre società e che, invece, ancora troppo, vengono ignorati e… abbandonati.

Poco si parla di un fenomeno molto grave soprattutto in India. Perché l’India non è solo il Paese affascinante per i turisti: tripudio di colori e di spiritualità ma anche è una Repubblica con un tasso demografico altissimo e uno stato di miseria che aumenta vertiginosamente.

La capitale dell’India è piena di ragazzini che ciondolano in giro, hanno lo sguardo smarrito e perso nel nulla, dalla mattina fino a tarda notte. Nessuno li osserva, nessuno se ne cura e si confondono nella folla brulicante di Nuova Delhi. Ragazzini costretti a sniffare la colla, non per sballarsi ma per sopravvivere al freddo e alla fame.

Sono i bambini invisibili, vivono divisi in gang, nelle stazioni della città e sono un numero spaventoso. L’Unicef parla di oltre 10 milioni di “street children”, così come definiti dalle Nazioni Unite. In metropoli come Bombay, Calcutta, Bangalore, Madras e Hyderabad, si stima che i soli bambini delle stazioni siano 300mila. Delhi da sola ne conta oltre 50mila.

Statistiche che non sono certe e neanche prevedibili in quanto moltissimi di loro non sono registrati e sono per lo più girovaghi. Le stime ci servono solo per far capire la vastità del problema, problema ignorato dall’India e dal mondo intero.

Tanti bambini sono orfani, altri sono stati abbandonati, ma la maggior parte di loro scappa da casa, lasciandosi alle spalle storie di violenze, abuso o povertà estrema. Saltano sul primo treno, si nascondono nei bagni, diretti verso una grande città, carichi di speranze e illusioni. Il più delle volte finiscono a vivere in strada, una vita di solitudine e dipendenza ai margini della società. A questa tragedia se ne aggiungono altre.

Questi bambini, spogliati di ogni diritto e privati della loro fanciullezza, diventano preda di poliziotti corrotti o adulti senza scrupoli. Costretti non solo a subire soprusi, ma anche a lavorare per sopravvivere. Tanti fanno i “rag pickers”: rovistano nella spazzatura e raccolgono in giro plastica, cartone e alluminio da riciclare e rivendere a peso. Molti muoiono prima di raggiungere i vent’anni.

Altri ancora sono dipendenti da colla e solventi a base di toluene, una sostanza volatile tossica i cui effetti sono simili a una droga. Un tubetto di colla costa poche decine di rupie e li aiuta a superare il freddo e la fame, ovattandoli dalla realtà in cui vivono. Ne inalano i fumi da una pezzetta intrisa di solvente che portano alla bocca, stretta nel pugno, a intervalli regolari. Le loro giornate ruotano intorno all’uso di colla e agli orari dei film di Bollywood. Bollywood, centro di produzione dei film americani e cinema popolare indiano, è l’unico svago di questi bambini.

Oltre al cinema, alla miseria, al lavoro, alle brutture della vita, oltre al tunnel della colla, giornalisti che hanno intervistato i ragazzini ci parlano di una vita per loro normale, semplice fatta di litigi, amicizia, sogni, paure e una libertà difficile da capire. Vivono insieme, divisi in piccole gang che gravitano attorno alle principali stazioni ferroviarie, dormendo nello spazio che separa le pensiline dei binari dal sovrapassaggio, o nei vicoletti cupi e polverosi della capitale che di notte diventano spettrali. Non dormono mai da soli: la gang diventa la loro famiglia, il loro unico riferimento, una piccola comunità con regole e gerarchie ben definite.

Esistono diverse Ong locali e internazionali che si occupano con successo del recupero dei bambini dipendenti dalla colla. Ma la vastità del problema non fa del loro lavoro che una goccia nel mare. Il loro target, infatti, sono i bambini più piccoli, quelli che sono in giro al massimo da un paio d’anni. Quelli che la dipendenza e la vita di strada non hanno reso irrecuperabili, ma speriamo in un reinserimento e riscatto per ogni singolo innocente.

di Adriana Fucci