India: quando lo stupro diventa normalità


Lo hanno fatto per sette mesi. Almeno ventidue uomini fra i 23 e i 66 anni hanno violentato a turno una ragazzina di 11 anni con problemi all’udito che vive nel loro palazzo, nel villaggio di Chennai, sulla costa del Sud Est dell’India. Le davano droghe all’interno delle bibite che le offrivano, secondo quanto scoperto dalla polizia. Gli uomini filmavano i rapporti e la minacciavano con coltelli se avesse rivelato qualcosa alla sua famiglia. Fra i violentatori ci sono impiegati, il tecnico dell’ascensore e l’uomo che porta l’acqua negli appartamenti.

È sempre più alta in India la tensione sociale a seguito delle continue violenze che ormai da mesi si stanno verificando con preoccupate frequenza soprattutto sulle bambine. Stupri, uccisioni, violenze efferate di ogni tipo, sembrano ormai essere all’ordine del giorno in tutto il Paese.  

Asifa Bano aveva solo otto anni quando è stata rapita, violentata per tre giorni e infine uccisa da un gruppo di uomini -tra cui alcuni agenti di polizia- nelle campagne di Kathua, nel nord dell’India. L’hanno ritrovata dopo sette giorni, il 17 gennaio, tra quegli stessi alberi dove Asifa era abituata a trascorrere le sue giornate. Aveva ancora indosso il vestito viola che aveva messo quella mattina prima di uscire di casa, pieno di sangue. Non mancano agghiaccianti particolari: la bambina, dopo essere stata rapita, era stata sedata, lasciata gradualmente morire di fame e violentata a turno da una banda. Dopo immani sofferenze era stata presa a bastonate per assicurarsi che morisse e non riconoscesse i suoi aggressori. Il delitto è avvenuto a gennaio, ma la notizia è diventata pubblica solo ai primi di aprile con l’arresto degli imputati, accrescendo la tensione tra musulmani e induisti. La bambina, Asifa, faceva parte della tribà nomade musulmana dei Bakarwal, mentre le persone finite in manette sono membri della comunità indù. Sulla morte di questa bambina, colpevole di essere musulmana le indagini sono andate a rilento. Anche il primo ministro Narendra Modi è rimasto in silenzio. Un’assenza di condanna dell’accaduto che pesa soprattutto alla luce delle notizie diffuse dai media internazionali secondo cui, per insabbiare il caso e cancellare prove importanti, un agente della polizia avrebbe accettato una tangente di seimila dollari e avrebbe successivamente lavato i vestiti di Asifa per eliminare le tracce dei colpevoli rimaste sui tessuti. Inoltre, gli uomini coinvolti nella morte della bambina sarebbero direttamente legati al Partito del popolo indiano (BJP), guidato da Modi.

Aveva invece tre anni la bambina violentata e poi uccisa con un mattone, in un sobborgo della città di Delhi. Un ventenne l’ha avvicinata in un parco giochi offrendole una barretta di cioccolato e dei dolci, poi l’ha rapita e l’ha stuprata. Il killer ha provato a nascondere il cadavere in un sacco di plastica, ricoperto proprio da mattoni.

È di novembre il caso di una sedicenne è stata violentata per un’intera notte da cinque uomini, mentre era in stato di incoscienza. È accaduto a Bareilly, una cittadina dell’Uttar Pradesh, 240 chilometri a sud della capitale dello stato. La giovanissima era stata accompagnata in clinica dai familiari per uno shock anafilattico che l’aveva quasi paralizzata dopo la puntura, molto probabilmente, di un serpente. E solo dopo quattro giorni di isolamento quando è uscita dal reparto di terapia intensiva, dove si trovava da sola ed il cui accesso è limitato al personale sanitario, ha potuto raccontare l’incubo vissuto.

Poco sembra essere cambiato dal dicembre 2012 quando una ragazza di appena 23 anni fu violentata a bordo di un autobus a Delhi. Morì 72 ore dopo, per le gravissime lesioni interne subite. Complice insieme ai sette uomini autori della violenza, fu anche l’autista dell’autobus che lo ripulì insieme ai colpevoli dopo avere gettato in strada il corpo della studentessa.

Un triste episodio in un paese dove la Cultura dello Stupro è in costante aumento e sono i numeri a confermarlo; nel 2016 vi è stato un incremente di circa l’80% dei casi e bisogna anche ricordarsi del fenomeno delle spose bambine che affligge questo paese. La “cultura dello stupro” raccontata nel breve ed efficace documentario “Rape is consuensual. Inside Haryana’s rape culture”-. poggia su due pilastri: da una parte la colpevolizzazione delle vittime. Dall’altra la diffusione di una cultura che limita la libertà delle bambine e delle ragazze con la convinzione di tutelare “l’onore” della famiglia. Non l’unico caso in India che è al primo posto della classifica stilata dalla Thomson Reuters Foundation dei 10 Paesi più pericolosi al mondo per le donne. In India c’è uno stupro ogni 20 minuti. Le tradizioni discriminano per genere e ci sono scarse tutele economiche e di salute per le donne. In maggio un’adolescente è stata bruciata viva dai suoi aguzzini, secondo quanto riporta il New York Times, dopo che la famiglia aveva denunciato il suo stupro e il fatto che se la fossero cavata solo con una multa.

Il governo indiano ha approvato l’introduzione della pena di morte per i colpevoli di violenza sessuale minorile. La modifica al codice penale del paese si applica ai condannati per stupro di un bambino di età inferiore ai 12 anni. Sono inoltre state innalzate le pene detentive minime per stupro ai danni di ragazze di età inferiore a 16 anni. Fino ad oggi la pena massima prevista dal governo per questo tipo di reato era l’ergastolo. Raramenre però i colpevoli hanno ricevuto questa condanna. Il Paese è insorto in queste settimane proprio per l’inerzia del premier indiano Narendra Modi a intervenire per contrastare la strage di bambine brutalmente uccise.

L’associazioneHuman Right Watch ha sottolineato a più riprese l’arretratezza delsistema giuridico indiano, connessa anche con una diffusa corruzionedella polizia. Molte vittime, infatti, non solo non sarebberotutelate ma, quando si recano dalla polizia a denunciare quantoaccaduto vengono invitate a desistere o, nei casi peggiori, vengonosottopostea trattamenti ormai ritenuti disumani, come il test della verginitàse non addiritturamolestate anche dagli stessi poliziotti.Iltutto nasce anche in un ambiente socio-culturale dove sopravvivonovecchi retaggi e dove appunto le donne sono ancora consideratepoco più che oggetti.

di Valentina Adobati