Femminicidi: il silenzio degli orfani speciali


Ci sono lividi e lividi. Ci sono quelli che si vedono. Sul corpo, sul volto. E poi c’è il dolore di chi resta, di chi ha lividi che non hanno colore ma bruciano più di uno schiaffo in piena faccia, segni di una violenza che anche quando non ti tocca, brucia, marchia l’esistenza tutta. Sono le vittime collaterali: i bambini, i superstiti, gli orfani di mamme ammazzate dai papà. Protagonisti di un dramma che smette di essere un articolo di giornale e diventa un carico privatissimo da sopportare come testimonianza indelebile di un legame che ha dato loro vita e morte insieme. Vittime indifese, testimoni oculari di una violenza o dell’uccisione della propria mamma o, nei casi estremi, dell’omicidio-suicidio ad opera, spesso, del papà. Sono gli ‘orfani speciali’, neonati e bambini che si sono ritrovati soli di punto in bianco, con un lutto da elaborare e gli effetti devastanti di una violenza con cui devono fare i conti e di cui porteranno sempre cicatrici indelebili. Li chiamano orfani speciali perché tali sono i loro bisogni, i problemi e la condizione psico-sociale in cui si trovano, considerando che non solo la loro vita è stata drasticamente scombussolata dalla tragedia familiare, ma anche notevolmente turbata da un trauma sia emotivo che pratico, considerando che spesso devono anche cambiare abitudini, costretti come sono a iniziare una nuova vita con la famiglia affidataria. In genere, dopo la morte della madre, si tende a lasciarli nel contesto in cui ha sempre vissuto. Nel 60, 65% dei casi i bambini vengono affidati ai parenti della famiglia materna entro il terzo grado. Se ciò non è possibile, si cerca una persona che sia comunque una figura di riferimento del minore, anche se può accadere che si prendano in considerazione i parenti del padre. Ma cosa fare perché i bambini non debbano mai rientrare nella categoria di orfani speciali? Come si può contribuire a preservare la serenità di questi minori e delle loro mamme, tutelandoli legalmente ed economicamente ? 

In Italia dal 200 al 2014 ci sono stati 1.600 casi di orfani che hanno perso la madre perché uccisa dal padre, poi suicida o successivamente detenuto. Queste le cifre approssimative raccolte dagli esperti che hanno condotto il progetto ‘Switch off’, il primo per il supporto degli orfani del femminicidio in Europa. Per il progetto – che ha visto coinvolti il Dipartimento di Psicologia della Seconda Università di Napoli, l’Università Mykolas Romeris, la Facoltà di Giurisprudenza dell’Università di Cipro e l’associazione nazionale D.i.Re Donne in rete contro la violenza – sono state condotte interviste a 123 orfani (maggiorenni) o ai loro affidatari, se minorenni. “I dati che emergono sono terribili”, spiega l’avvocatessa Titti Carrano, che ha fatto parte del progetto, ha contribuito ad elaborare le linee guida ed è stata presidente D.i.Re: “l’84% era presente al momento dell’uccisione o del ferimento del genitore e 8 volte su 10 già traumatizzati perché avevano assistito alla violenza in famiglia,, il 57% non ha ricevuto un adeguato sostegno psicologico e nel 98 per cento dei casi non hanno nemmeno il sostegno economico. Il 33 per cento non ha avuto alcun supporto e solo nel 22 per cento dei casi si è verificato un sostegno familiare. Il 50 per cento degli orfani che hanno assistito all’omicidio sapeva esattamente cosa fosse successo. Ma quando il bambino non è presente, sono quasi sempre i familiari o le forze dell’ordine a farsi carico della comunicazione

Secondo l’aggiornamento statistico sul fenomeno curato da Eures – Ricerche economiche e sociali, nei primi dieci mesi del 2018 in Italia le vittime di femminicidio sono state 106, una ogni 72 ore. Dal primo gennaio al 31 ottobre 2018 i femminicidi sono saliti al 37,6% del totale degli omicidi commessi nel nostro Paese (erano il 34,8% l’anno prima), con un 79,2% di femminicidi familiari e un 70,2% di femminicidi di coppia (il 65,2% nel gennaio-ottobre 2017).

L’Italia è il primo Paese ad aver promulgato una legge che cerca di ridurre i danni subiti dagli “orfani speciali”, facilitando il compito degli affidatari che si trovano in ruolo a cui spesso non sono preparati e parimenti garantendo a questi orfani una maggiore protezione: sono bambini e ragazzi che, oltre a subire il trauma della perdita di un genitore, molto spesso si trovano soli al mondo senza nessuno che se ne assuma la responsabilità. La legge n. 4 del 11 gennaio 2018 assegna al pubblico ministero il dovere di chiedere, in ogni stato e grado del procedimento penale, il sequestro conservativo dei beni a garanzia del risarcimento del danno civile subito dai figli della vittima, così da rafforzare la tutela degli orfani rispetto al loro diritto al risarcimento del danno. Inoltre, attribuisce al giudice il dovere di provvedere all’assegnazione di una provvisionale non inferiore al 50 per cento del presumibile danno e viene annullato il godimento dell’eredità e della pensione di reversibilità per i colpevoli di omicidi in famiglia.

Ma la bocciatura dell’emendamento previsto nella recente legge di bilancio a favore degli orfani delle vittime di femminicidio frena l’erogazione del fondo destinato alle famiglie affidatarie degli orfani di femminicidi. Presentata dalla vice presidente della Camera Mara Carfagna, la modifica prevedeva un fondo di 10 milioni di euro per le famiglie affidatarie dei minori, finanziato con risorse ricavate “eliminando spese non produttive”, dunque senza gravare ulteriormente sullo sforzo dei contribuenti.

Uno stop largamente criticato che, dall’opposizione agli esponenti delle associazioni a tutela delle donne, ha generato un forte malcontento. Mara Carfagna, in un tweet lanciato per commentare la decisione, ha commentato: “Quando trovi i soldi per tutto, compresa la detassazione dei massaggi negli hotel, la birra artigianale, l’assunzione dei fantomatici navigator e non li trovi per le famiglie affidatarie degli orfani di femminicidio fai una bastardata. Punto”. A poche ore, è arrivata la replica di Celeste D’Arrando, deputata del MoVimento 5 Stelle. L’emendamento, stando alla deputata, non è stato bocciato, ma inserito in un emendamento, “più esaustivo ed efficace, che prevede risorse anche per altre vittime di violenza”.

Prontala controreplica di Mara Carfagna per nulla convinta – anzi – chequesta riformulazione sia davvero efficace: “Si difendedietro l’emendamento riformulato all’ultimo in Commissione Bilancioche darà gli stessi soldi, 10 milioni, a un’enorme e genericaplatea. A quelle famiglie arriveranno solo le briciole”.Insomma, un’esigua parte dei 10 milioni del Fondo di rotazione perla solidarietà alle vittime dei reati di tipo mafioso, dellerichieste estorsive, dell’usura e dei reati intenzionali violenti.Arrivare a comprendere che vittimadi un femminicidio non èsolo la donna che perde la vita per mano del partner, ma anche chi lesopravvive, i figli e i parenti chiamati ad occuparsi di loro conogni mezzo e con un immenso carico di dolore, è utile per capirefino a che punto la morte di una donna in tale circostanza gravi sulfuturo dei bambini, che poi sono gli uomini di domani.

di Valentina Adobati