Il “consenso” del minore autore di reato alla definizione anticipata del processo nell’udienza preliminare


Il DPR del 22 settembre 1988 n. 448 contiene le disposizioni sul processo penale a carico di imputati minorenni.

In particolare, il predetto corpus iuris, all’art. 31[1], disciplina lo svolgimento dell’udienza preliminare; questa fase è estremamente rilevante nell’iter processuale a carico di un minorenne, perché è il momento in cui si decide se chiudere il procedimento o se andare a dibattimento.

Il primo elemento caratterizzante riguarda proprio il fatto che l’autore del reato è un minore di 18 anni: dal momento che il soggetto agente è ancora in fase di sviluppo occorre prestare attenzione a ogni aspetto processuale. Il motivo di ciò è chiaro: si vuole evitare al minore la pressione che la fase dibattimentale può causare e impedire di cagionare ulteriori danni alla sua crescita psico-fisica.  

Ma è il secondo elemento ad essere ancora più considerevole: si tratta dell’obbligo di richiedere il consenso del minore alla definizione anticipata del processo in udienza preliminare.

È d’uopo, infatti, sentire il minorenne in via preliminare circa la facoltà di concludere il procedimento in udienza preliminare. Egli è sentito dal giudice dell’udienza preliminare (GUP), che ha l’autorità, qualora egli non si presenti, a chiamarlo a comparire in udienza mediante accompagnamento coattivo, ovviamente nel suo interesse.

La dottrina asserisce che la partecipazione dell’imputato minore degli anni 18 può essere necessaria per verificare non solo gli aspetti della sua personalità e per delineare un’adeguata progettazione a scopo rieducativo ma anche per analizzare le risorse socio-familiari nonché, appunto, per acquisire il suo consenso alla definizione del procedimento[2].

Il consenso del minore alla definizione anticipata del processo nella fase dell’udienza preliminare è disciplinato dall’art. 32[3] del DPR n. 448 del 22 settembre 1988.

In generale, prima dell’inizio della discussione, il giudice ha l’obbligo di chiedere all’imputato minorenne se consente alla definizione del processo in quella stessa fase, salvo che il consenso sia stato validamente prestato in precedenza.

Il consenso è un atto personalissimo dell’imputato, e per tale ragione deve essere prestato personalmente dal minore o da un procuratore speciale (non dal difensore, a meno che questo non sia munito di procura speciale) e deve essere obbligatoriamente espresso.

La sentenza pronunciata senza il consenso (oppure nonostante il suo dissenso) è affetta da nullità per lesione del diritto di difesa.

Il problema che è sorto, però, è che in mancanza del consenso dell’imputato o in caso di sua assenza o di irreperibilità, l’art. 32 comma 1 precluderebbe la possibilità di una immediata definizione del processo ex art. 425 c.p.p. con formula pienamente liberatoria o meramente processuale.

La Corte Costituzionale ha proposto una soluzione con la sentenza del 16 maggio 2002 n. 195, con la quale ha dichiarato l’illegittimità del comma 1 dell’art. 32 DPR n. 448 del 22 settembre 1988 nella parte in cui, in mancanza del consenso dell’imputato, preclude al giudice la possibilità di pronunciare sentenza di non luogo a procedere in quelle ipotesi in cui non si richiede un accertamento di responsabilità.

Ad oggi, per tale ragione, bisogna distinguere tra sentenze che non presuppongono un accertamento di responsabilità dell’imputato (cioè dove non è necessario il consenso dell’imputato) e sentenze che presuppongono un accertamento di responsabilità, nelle quali è necessario il consenso; ad esempio, appartiene alla prima categoria la sentenza di non luogo a procedere perché il fatto non è previsto dalla legge come reato o perché l’imputato non lo ha commesso, alla seconda la decisione di non luogo a procedere per concessione del perdono giudiziale – e comunque, in generale, ogni sentenza per la quale è richiesto un accertamento sulla responsabilità del soggetto agente minorenne.

Tanto è vero che, non solo per la sentenza di condanna, ma anche per tutte le conclusioni processuali, si dovrebbe richiede il consenso dell’imputato minorenne, quale passaggio essenziale rispetto a tutte le decisioni che potrebbero risultare “pregiudizievoli”[4].

In conclusione, è intenzione del legislatore favorire la rieducazione del minore autore di reato, rendendolo però al contempo consapevole della realtà processuale all’interno della quale egli si trova e responsabilizzandolo socialmente e moralmente.


[1] L’art. 31 dispone che «fermo quanto previsto dagli articoli 420-bise 420-ter del codice di procedura penale, il giudice può disporre l’accompagnamento coattivo dell’imputato non comparso. Il giudice, sentite le parti, può disporre l’allontanamento del minorenne, nel suo esclusivo interesse, durante l’assunzione di dichiarazioni e la discussione in ordine a fatti e circostanze inerenti alla sua personalità. Dell’udienza è dato avviso alla persona offesa, ai servizi minorili che hanno svolto attività per il minorenne e all’esercente la responsabilità genitoriale. Se l’esercente la responsabilità genitoriale non compare senza un legittimo impedimento, il giudice può condannarlo al pagamento a favore della cassa delle ammende di una somma da euro 25 (lire cinquantamila) a euro 516 (lire un milione). In qualunque momento il giudice può disporre l’allontanamento dell’esercente la responsabilità genitoriale quando ricorrono le esigenze indicate nell’articolo 12 comma 3. La persona offesa partecipa all’udienza preliminare ai fini di quanto previsto dall’articolo 90 del codice di procedura penale. Il minorenne, quando è presente, è sentito dal giudice. Le altre persone citate o convocate sono sentite se risulta necessario ai fini indicati nell’articolo 9».

[2] Allo stesso modo, il giudice può disporre l’allontanamento del minorenne, nel suo esclusivo interesse, durante l’assunzione di dichiarazioni e la discussione in ordine a circostanze inerenti alla sua personalità, quando tali informazioni potrebbero nuocergli.

[3] L’articolo prevede che: «nell’udienza preliminare, prima dell’inizio della discussione, il giudice chiede all’imputato se consente alla definizione del processo in quella stessa fase, salvo che il consenso sia stato validamente prestato in precedenza.  Se il consenso è prestato, il giudice, al termine della discussione, pronuncia sentenza di non luogo a procedere nei casi previsti dall’articolo 425 del codice di procedura penale o per concessione del perdono giudiziale o per irrilevanza del fatto. Il giudice, se vi è richiesta del pubblico ministero, pronuncia sentenza di condanna quando ritiene applicabile una pena pecuniaria o una sanzione sostitutiva. In tale caso la pena può essere diminuita fino alla metà rispetto al minimo edittale. Contro la sentenza prevista dal comma 2 l’imputato e il difensore munito di procura speciale possono proporre opposizione, con atto depositato nella cancelleria del giudice che ha emesso la sentenza, entro cinque giorni dalla pronuncia o, quando l’imputato non è comparso, dalla notificazione dell’estratto. La sentenza è irrevocabile quando è inutilmente decorso il termine per proporre opposizione o quello per impugnare l’ordinanza che la dichiara inammissibile. L’esecuzione della sentenza di condanna pronunciata a carico di più minorenni imputati dello stesso reato rimane sospesa nei confronti di coloro che non hanno proposto opposizione fino a quando il giudizio conseguente all’opposizione non sia definito con pronuncia irrevocabile. In caso di urgente necessità, il giudice, con separato decreto, può adottare provvedimenti civili temporanei a protezione del minorenne.  Tali provvedimenti sono immediatamente esecutivi e cessano di avere effetto entro trenta giorni dalla loro emissione».

[4] Lettura dell’art. 32 comma 2 del DPR 448 del 22 settembre 1988 costituzionalmente orientata.

di Giulia Rossitto