Il reato di abbandono di persone minori o incapaci: l’art. 591 c.p.


Il diritto penale descrive il reato di abbandono di persone minori o incapaci all’art. 591 c.p., nel Libro II, al Titolo XII, al Capo I, indicato come «dei delitti contro la vita e l’incolumità individuale».

Secondo questa norma, commette il delitto di abbandono di minori o incapaci «chiunque abbandona una persona minore degli anni quattordici, ovvero una persona incapace, per malattia di mente o di corpo, per vecchiaia, o per altra causa, di provvedere a se stessa, e della quale abbia la custodia o debba avere cura, è punito con la reclusione da sei mesi a cinque anni. Alla stessa pena soggiace chi abbandona all’estero un cittadino italiano minore degli anni diciotto, a lui affidato nel territorio dello Stato per ragioni di lavoro. La pena è della reclusione da uno a sei anni se dal fatto deriva una lesione personale, ed è da tre a otto anni se ne deriva la morte. Le pene sono aumentate se il fatto è commesso dal genitore, dal figlio, dal tutore o dal coniuge, ovvero dall’adottante o dall’adottato».

Indirizzando l’attenzione nei confronti del minore, è d’uopo delineare i caratteri rilevanti di tale precetto giuridico.

Da un lato, infatti, il termine “abbandono” racchiude in sé un ventaglio di situazioni concrete molto ampio, così da favorirne l’applicazione a casi anche molto diversi tra loro (sebbene ciò possa cagionare problemi relativi alla precisione della legge), mentre dall’altro, l’utilizzo della parola “chiunque” potrebbe far credere che la direttiva in oggetto si riferisca a un soggetto indeterminato[1]: la questione è controversa, anche in considerazione del fatto che il legislatore si rivolge espressamente – per mezzo di una circostanza aggravante – a coloro i quali si trovino ad allacciare particolari relazioni sociali o di custodia[2] con il minore nel comma 4 dell’art. 591 c.p.[3].

Si è infatti sottolineato che integra il reato di abbandono di minore, la condotta del conducente dell’autobus di una scuola che lascia un piccolo alunno a terra con l’effetto di causarne il viaggio di ritorno a casa in una condizione di pericolo, rappresentato dalle circostanze di luogo e di tempo (pioggia e strada a scorrimento veloce e fuori dal centro urbano).

Proprio in questo caso, la Corte di Cassazione penale, con la sentenza n. 8833 del 27 febbraio 2004, ha dichiarato che: «sufficiente ad integrare il reato, poi, deve ritenersi anche un rapporto di mero fatto che ponga l’agente nella condizione di abbandonare il minore degli anni quattordici, poiché siffatta condizione mette il minorenne a sua disposizione, ed il dovere di non abbandonarlo gli deriva direttamente dalla legge penale anche quando non provenga da altra legge od altra fonte ad es. contrattuale; in tale ipotesi la norma, intesa a tutelare la vita e l’incolumità della persona, istituisce un affidamento defacto ed un correlato dovere di assistenza che, in una situazione di potenziale pericolo per l’incapace, impone un vero e proprio obbligo di tutela cui contrasta qualsiasi azione od omissione che non risponda a tale fine».

Quanto all’oggetto da tutelare, questo è rappresentato dal pericolo per l’incolumità fisica individuale. Il codice penale, sul punto, ha evidenziato un forte interesse per il benessere e per l’integrità psico-fisica dei minori, con un chiaro rimando al diritto, costituzionalmente garantito, alla salute[4].

Il comportamento in questione è definito come reato di pericolo (anche solo potenziale), poiché è punita la condotta dell’abbandono indipendentemente dal caso in cui il minore abbia in seguito riportato una lesione o la morte[5].

La colpevolezza, poi, si manifesta con il dolo generico, che postula la volontà dell’abbandono, intendendo con ciò anche la consapevolezza del soggetto agente tanto del dovere di cura o di custodia di un minore, quanto del pericolo conseguente alla propria condotta.

Al riguardo, la Corte di Cassazione ha chiarito che la volontà di abbandono, non è esclusa quando, chi abbia in custodia il minore, lo ritenga in grado di badare a sé stesso per l’aiuto di coetanei a lui legati da vincoli di parentela[6]. La Corte infatti afferma che: «l’evento di pericolo per la incolumità di un minore può essere escluso solo se, chi ha l’obbligo di custodia, vigila sui suoi comportamenti attuali o potenziali, ed ha cura dei suoi bisogni, in maniera da prevenire il pericolo secondo la sua capacità in rapporto al tempo ed al luogo. La custodia implica perciò diverse modalità di esercizio ed è delegabile solo ad un affidatario maggiorenne e capace. […] Inoltre, sul piano soggettivo del reato rileva esclusivamente la volontà dell’abbandono, che per sé implica coincidenza tra risultato voluto della propria condotta ed evento. Pertanto il dolo non è escluso dal fatto che chi ha il dovere di custodia stimi il minore capace di badare a se stesso, per l’aiuto di coetanei legati a lui di vincolo di parentela».

In conclusione, è evidente, sia in questa sia in altre materie, il desiderio del legislatore di tutelare maggiormente i soggetti ritenuti più deboli all’interno della società: i minori.


[1] La dottrina dibatte sull’applicazione sostanziale del reato, quando a compiere l’azione di abbandono sia un soggetto privo di doveri nei confronti della vittima, atteso che, per i minori, questo obbligo potrebbe risultare implicito.

[2] Con il termine “custodia” deve intendersi il dovere di sorveglianza diretta e immediata del soggetto.

[3] Il legislatore, in questo comma, si rivolge non solo ai genitori, ma anche a soggetti che intrattengono abitualmente rapporti con i minori, come i maestri o coloro che si occupano del trasporto scolastico.

[4] L’art. 32 Cost. afferma che: «la Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività, e garantisce cure gratuite agli indigenti. Nessuno può essere obbligato a un determinato trattamento sanitario se non per disposizione di legge. La legge non può in nessun caso violare i limiti imposti dal rispetto della persona umana».

[5] Questi due casi, infatti, sono descritti al comma 3 dell’art. 591 c.p. quali circostanze aggravanti del reato. 

[6] Sentenza della Corte di Cassazione penale, Sez. V, n. 9276 del 2 marzo 2009.

di Giulia Rossitto