La disciplina del lavoro minorile: quando si parla di sfruttamento?


Il diritto italiano[1] e internazionale analizza la posizione dai lavoratori e si occupa di salvaguardare il rapporto tra datore di lavoro e lavoratore subordinato, per il quale predispone una serie di diritti e di tutele.

Ma la disciplina in questione diventa più delicata nel momento in cui il soggetto dipendente è un minore. Tale categoria di lavoratori si differenzia, infatti, per le particolari condizioni d’inferiorità fisica e di fragilità morale, dovute all’età, che favoriscono fenomeni quali sfruttamento o lavoro in nero. Ciò ha comportato l’emanazione di una serie di norme, al fine di equilibrare il desiderio – o la necessità – di un minore di lavorare, con il dovere di garantirgli una crescita psicofisica adeguata.

I ragazzi non possono essere equiparati agli adulti. Il motivo di ciò è che un uomo adulto è giunto al termine della crescita ed ha acquisito la capacità di comprendere i propri limiti e i pericoli che possono derivare dalle attività lavorative. Il minore di diciotto anni, invece, è in una fase delicata e ha delle esigenze particolari che, se non vengono ascoltate, possono portare a un danno irreversibile.

Il lavoro minorile è un’attività che priva i bambini – almeno in parte – della loro infanzia, e per questo motivo, è facile che sfoci in forme di sfruttamento e di abuso.

Per tali ragioni, la questione è stata studiata a livello nazionale e internazionale.

Le norme internazionali principali per il contrasto dello sfruttamento dei minori nel lavoro sono la Convenzione dell’ONU sui diritti del fanciullo e le Convenzioni dell’Organizzazione Internazionale del Lavoro (ILO).

Di particolare rilevanza è la Convenzione firmata a Lanzarote il 25 ottobre 2007 ed entrata in vigore nel luglio 2010, che impegna gli Stati membri del Consiglio d’Europa a rafforzare le forme di protezione dei minori contro lo sfruttamento e l’abuso sessuale, adottando criteri comuni per prevenire il fenomeno, tutelare le vittime e stabilire le sanzioni più adeguate al caso concreto.

Alcuni fra gli interventi che vennero da subito apportati furono i seguenti: una maggiore tutela per la categoria dell’adolescente (il minore di età compresa tra i 15 e 18 anni compiuti) e l’innalzamento del limite di età a 15 anni per l’ingresso nel mondo del lavoro[2]. È stato dichiarato con fermezza il divieto di utilizzo dei minori per determinate tipologie lavorative, quali lavori di trasporto e sollevamento pesi che superano una certa misura, lavoro notturno, lavori faticosi ed insalubri[3]; sono inoltre stati stabiliti l’orario di lavoro, i riposi intermedi e settimanali e le ferie. Il motivo di ciò è palese: il minore è più a rischio dell’adulto in quanto più inesperto e quindi più soggetto agli infortuni.

È d’uopo, inoltre, evidenziare la tutela economica garantita ai minori: a prescindere dalla legalità o meno del rapporto i lavoro, i minori hanno il diritto alla retribuzione e all’assicurazione obbligatoria.

Determinante è poi stato l’intervento dell’Unione Europea, che ha proposto di uniformare le tutele approntate dai singoli stati al fine di privilegiare l’istruzione, favorire la formazione e l’inserimento del minori, mediante un ambiente di lavoro sano e sicuro[4].

Ma, le soluzioni avanzate non sono state sufficienti: ad oggi, infatti, non si può dire completamente debellato il lavoro in nero e lo sfruttamento minorile, che si manifesta allorquando il rapporto di lavoro nuoce ad uno dei suddetti diritti, e non permette il pieno sviluppo fisico, cognitivo, affettivo, sociale e morale del fanciullo.

Il legislatore italiano, per regolare tale caso, ha previsto un regime sanzionatorio esemplare: il d.l. del 13 agosto 2011 n. 138ulteriori misure urgenti per la stabilizzazione finanziaria e lo sviluppo») in merito allo sfruttamento del lavoro irregolare. Tale provvedimento ha introdotto, l’art. 603-bis[5] del c.p., in merito al reato di «intermediazione illecita e sfruttamento del lavoro». Secondo questa disciplina, chiunque recluta manodopera o organizza l’attività lavorativa che prevede lo sfruttamento, mediante violenza, minaccia o intimidazione, del lavoratore – che si trova in stato di bisogno – è punito con la reclusione da cinque a otto anni e con la multa da 1.000 a 2.000 euro per ciascun lavoratore reclutato.

Inoltre, è sempre da ricordare la Raccomandazione n. 190 del 1999, che elenca i lavori che compromettono la salute, la sicurezza e la moralità del bambino[6].

L’interesse del legislatore è, in conclusione, quello di agire nel migliore interesse del minore, al fine di assicurargli una corretta crescita psicofisica.


[1] Si richiama la Costituzione agli artt. 37, 31, co. 2, 32, 35 co. 2.

[2] Ma per i lavori di natura agricola, i servizi familiari e nei lavori leggeri, l’età minima riconosciuta è di 14 anni, purché ciò non cagioni danni psicofisici al minore o tolga tempo alla scuola. Inoltre, i paesi con un’economia e strutture scolastiche insufficientemente sviluppate possono fissare l’età minima di lavoro a 14 anni.

[3] L’art. 32 della Convenzione dell’Organizzazione delle Nazioni Unite prevede che «gli Stati parti riconoscono il diritto dei fanciullo di essere protetto contro lo sfruttamento economico e di non essere costretto ad alcun lavoro che comporti rischi o sia suscettibile di porre a repentaglio la sua educazione o di nuocere alla sua salute o al suo sviluppo fisico, mentale, spirituale, morale o sociale».

[4] Fra i principi individuati della Convenzione delle Nazioni Unite dei diritti dell’infanzia e dell’adolescenza, devono essere ricordati: il miglior interesse del minore considerando la propria situazione; la tutela delle condizioni di esistenza, ovvero il diritto di avere attenzioni per migliorare la vita; il diritto all’educazione scolastica.

[5] L’art. recita quanto segue: «salvo che il fatto costituisca più grave reato, chiunque svolga un’attività organizzata di intermediazione, reclutando manodopera o organizzandone l’attività lavorativa caratterizzata da sfruttamento, mediante violenza, minaccia, o intimidazione, approfittando dello stato di bisogno o di necessità dei lavoratori, è punito con la reclusione da cinque a otto anni e con la multa da 1.000 a 2.000 euro per ciascun lavoratore reclutato. Ai fini del primo comma,  costituisce indice di sfruttamento la sussistenza di una o più delle seguenti circostanze: 1) la sistematica retribuzione dei lavoratori in modo palesemente difforme dai contratti collettivi nazionali o comunque sproporzionato rispetto alla quantità e qualità del lavoro prestato; 2) la sistematica violazione della normativa relativa  all’orario di lavoro, al riposo settimanale, all’aspettativa obbligatoria,  alle ferie; 3) la sussistenza di violazioni della  normativa  in  materia  di sicurezza  e  igiene  nei  luoghi  di  lavoro,  tale  da  esporre  il lavoratore a pericolo per la salute,  la  sicurezza  o  l’incolumità personale; 4) la sottoposizione  del  lavoratore a condizioni di lavoro, metodi di sorveglianza, o a situazioni  alloggiative  particolarmente degradanti. Costituiscono aggravante specifica e comportano l’aumento della pena da un terzo alla metà: 1) il fatto che il numero di lavoratori reclutati sia superiore a tre; 2) il fatto che uno o più dei soggetti reclutati siano minori in età non lavorativa; 3) l’aver commesso il fatto esponendo i lavoratori intermediati a situazioni di grave pericolo, avuto riguardo alle caratteristiche delle prestazioni da svolgere e delle condizioni di lavoro».

[6] Si citano all’art. 3: «i lavori che espongono i minori ad abusi fisici, psicologici o sessuali; b) i lavori svolti sotterra, sottacqua, ad altezze pericolose e in spazi ristretti; c) i lavori svolti mediante l’uso di macchinari, attrezzature e utensili pericolosi o che implichino il maneggiare o il trasporto di carichi pesanti; d) i lavori svolti in ambiente insalubre tale da esporre i minori, ad esempio, a sostanze, agenti o processi pericolosi o a temperature, rumori o vibrazioni pregiudizievoli per la salute; e) i lavori svolti in condizioni particolarmente difficili, ad esempio con orari prolungati, notturni o lavori che costringano il minore a rimanere ingiustificatamente presso i locali del datore di lavoro».

di Giulia Rossitto