La salvaguardia dei diritti del feto quale prima forma di tutela del minore


Negli ultimi anni uno dei compiti della giurisprudenza è stato quello di chiarire alcuni interrogativi spinosi, al fine di facilitare la vita e lo sviluppo del minore, in modo da fornirgli un’adeguata tutela giuridica ancora prima della sua stessa nascita. Una tematica di peculiare rilevanza è stata, ed è tuttora, quella che concerne la posizione giuridica del concepito.

Per poter analizzare correttamente la questione in esame, è d’uopo innanzitutto dare una definizione di capacità giuridica ed evidenziarne le differenze rispetto al concetto di soggetto di diritto.

Con capacità giuridica si intende l’attitudine ad essere titolari di diritti e obblighi e si acquisisce al momento della nascita (art. 1 c.c.); la soggettività giuridica viene, invece, definita come l’idoneità ad essere parte di un rapporto giuridico. Ciò ha come conseguenza che un soggetto giuridico sia destinatario delle norme prodotte dall’ordinamento.

In passato, i due istituti in questione sono stati posti in contrapposizione tra di loro, con la convinzione che il nascituro fosse soggetto di diritto perché degno di tutela, ma non titolare di capacità giuridica, in quanto quest’ultima è espressamente subordinata alla nascita. L’intervento della giurisprudenza è stato provvidenziale: essa ha, infatti, stabilito il possesso in capo al futuro minore di entrambe le formule, favorendone la salvaguardia.

Una volta chiarito questo aspetto, è possibile elencare i diritti propri del feto; l’ordinamento civile, ha, invero, accordato numerose disposizioni per concretizzare il suo ruolo giuridico.

Anzitutto, la rappresentanza e l’amministrazione nei confronti dei figli e dei nascituri è propria dei genitori e, di conseguenza, è quasi superfluo dire che la rappresentanza presupponga un soggetto da rappresentare[1].

In secondo luogo, il feto ha, al momento dell’apertura della successione, la capacità di succedere anche ex lege[2]. Ciò significa che il soggetto può essere destinatario di disposizioni mortis causa. Possono, inoltre, essere chiamati a succedere anche coloro che non erano ancora stati concepiti al momento della morte del de cuius poiché ricorrano due condizioni: la prima, che si tratti di una successione che avviene per vocazione testamentaria e la seconda, che il non concepito sia figlio di una persona vivente al momento dell’apertura della successione[3].

L’art. 643 c.c. disciplina l’amministrazione dell’eredità giacente, spettante a un concepito, che ricade sui suoi genitori. L’art. 715 co. 1 c.c. evidenzia, inoltre, che se tra i chiamati alla successione vi è un concepito, la divisione non può aver luogo prima della nascita del medesimo. In materia di donazioni, poi, è annoverato, fra i destinatari possibili, il nascituro ed è previsto che, se esso è concepito al momento della liberalità, i frutti maturati dopo di essa e prima della nascita siano attribuiti al figlio nato[4]. E ancora, il bambino di genitori non sposati ha il diritto ad essere riconosciuto anche prima della sua nascita.

In aggiunta a quanto detto, merita qualche cenno la questione relativa al c.d. «diritto a non nascere», poiché negli anni si sono susseguiti orientamenti opposti circa il diritto del feto a non nascere se non sano.

Il primo indirizzo è stato proposto con una sentenza della Corte di Cassazione risalente all’anno 2004[5], dove si è affermato che non esiste un diritto a non nascere se non sano, giacché «sostenere che il concepito abbia un diritto a non nascere, sia pure in determinate situazioni di malformazioni, significa affermare l’esistenza di un principio di eugenesi[6] o di eutanasia prenatale, che è in contrasto con i principi di solidarietà di cui all’art. 2 Cost., nonché con i principi di indisponibilità del proprio corpo di cui all’art. 5 c.c.[7]». La Corte asserisce, dunque, che un ipotetico diritto a non nascere costituirebbe un diritto adespota.

A confutare questo orientamento è stata, nel 2009[8], sempre la Corte di Cassazione: essa ha, infatti, attribuito al concepito una autonoma soggettività giuridica, perché titolare di alcuni interessi personali, con la conseguenza che è un suo diritto quello di nascere sano, ex artt. 2 e 32 Cost. e dell’art. 3 della Dichiarazione di Diritti fondamentali dell’Unione europea, che esplicitamente prevede il diritto di ogni individuo all’integrità psicofisica.

Infine, la stessa Corte di Cassazione, nel 2012[9], ha elaborato un pensiero intermedio, statuendo che chi nasce malato a causa di un fatto lesivo sopportato nel corso della gestazione, fa valere un diritto alla salute e non un diritto alla vita se non sana o un diritto alla non vita.

Un punto a conclusione è stato, da ultimo, dato nel 2015[10], con l’ultima pronuncia della Corte di Cassazione a Sezioni Unite. In tale occasione, i Giudici di legittimità hanno stabilito che ciò che rileva è il diritto al risarcimento del danno a un bene della vita, concetto opposto rispetto a quello della non-vita, riconfermando così quando detto nel 2004 e nel 2012.

In definitiva, si ritiene accettabile la decisione, presa in base a un’analisi linguistica dei concetti esaminati: infatti, pare un controsenso affermare l’esistenza di un diritto alla «nonvita», che di per sé dà l’idea di «cessare di esistere», in quanto l’esistenza è l’elemento necessario per essere titolari di tutti i diritti garantiti dalla Costituzione.

Ciò posto, è doveroso concludere citando un diritto, in materia di bioetica, proprio della madre del feto: quello di abortire.

La L. del 22 maggio 1978, n. 194 ha dato i criteri di principio per effettuare questa operazione medica. Si ricorda, per amor di chiarezza, l’art. 1, che ha evidenziato «il valore della maternità e la tutela della vita umana dal suo inizio», quali garanzie dello Stato. Individuare i momenti e i motivi per i quali può essere richiesta un’interruzione volontaria di gravidanza, ha, dunque, come fine quello di tutelare la salute della madre, anche se ciò comporta la morte del feto.

[1] Disciplina descritta dall’art. 320 c.c.

[2] Secondo quando detto dall’art. 462 co. 1 c.c.

[3] Per ulteriori informazioni vedere le note su Brocardi.it all’art. 462 c.c.

[4] Vedi l’art. 784 c.c.

[5] Sentenza della Cassazione Civile del 29 luglio 2004, n. 14488.

[6] La definizione di questo termine, secondo l’Enciclopedia Treccani, è la seguente: «disciplina che si prefigge di favorire e sviluppare le qualità innate di una razza, giovandosi delle leggi dell’ereditarietà genetica».

[7] L’articolo afferma che: «gli atti di disposizione del proprio corpo sono vietati quando cagionino una diminuzione permanente della integrità fisica, o quando siano altrimenti contrari alla legge, all’ordine pubblico o al buon costume».

[8] Sentenza della Cassazione Civile dell’11 maggio 2009, n. 10741.

[9] Sentenza della Cassazione Civile del 2 ottobre 2012, n. 16754.

[10] Sentenza della Cassazione Civile a Sezioni Unite del 22 dicembre 2015, n. 25767.

di Giulia Rossitto