La sospensione del procedimento con messa alla prova del minore


La sospensione del processo con messa alla prova[1] è un istituto proprio del diritto penale, mediante il quale si può derogare all’iter ordinario del procedimento penale. In particolare, la relativa richiesta può essere avanzata sin dalle indagini preliminari e può condurre a una sentenza di proscioglimento per estinzione del reato, quando il periodo di prova si concluda con esito positivo. La funzione della messa alla prova, introdotta per rispondere agli obblighi europei in materia di riforma del sistema sanzionatorio, è, infatti, quella di risarcire la società per il torto connesso al reato ed è possibile accedervi a condizione che siano presenti dei requisiti prescritti dalla legge.

Concretamente, la sospensione del processo con messa alla prova consiste nello svolgimento di una serie di atti volti all’eliminazione delle conseguenze dannose o pericolose derivanti dal reato – nonché il risarcimento del danno dallo stesso cagionato –  ed indicati in un apposito programma trattamentale, che sia stato ritenuto idoneo dal giudice.

Tale istituto trae ispirazione dal probation system anglosassone, con la differenza che nell’ordinamento italiano non costituisce una misura alternativa alla pena, quindi posteriore alla sentenza, ma interviene nel corso del processo penale per sospenderlo al fine di valutare la personalità dell’interessato e permettergli un reinserimento corretto nella società.

La messa alla prova era, in realtà, presente nell’ordinamento minorile già prima della novella al codice penale e di procedura penale operata nel 2014, per consentire di conciliare l’esigenza del rispetto della personalità del minore con quella di difesa della collettività. Segnatamente, la disciplina di dettaglio è contenuta agli artt. 28 e 29[2] del DPR n. 448 del 1988.

La sospensione del processo con messa alla prova, che non potrà essere superiore ai tre anni – termine massimo in caso di reati per i quali la pena prevista è l’ergastolo o la reclusione non inferiore nel massimo a 12 anni – avviene con ordinanza da parte del giudice, che la dispone quando ritiene di dover valutare la personalità del minorenne all’esito della prova. In questo modo, il giudice consente l’intervento dei servizi minorili dell’amministrazione della giustizia per lo svolgimento delle opportune attività di osservazione, di trattamento e di sostegno.

Come anticipato, la messa alla prova costituisce lo strumento fondamentale in vista degli obiettivi tipici del sistema di giustizia minorile, quali la rapida uscita dal circuito penale, la tempestività dell’intervento istituzionale, la diversione, la mediazione tra minore e vittima, l’esigenza di fornire al minore risposte individualizzanti.

È, però, d’uopo sottolineare che, con l’adesione a questo istituto, il minore ammette la propria responsabilità, ma l’ordinamento gli permette nondimeno di eludere la condanna, con la consapevolezza dei valori di solidarietà umana. Ciò si concretizza mediante un progetto di intervento elaborato dai servizi minorili indicante gli impegni specifici che il minore dovrà assumere. Questo onere può sostanziarsi in prescrizioni di fare o di non fare, principalmente riguardanti lo studio o il lavoro, ma anche lo sport, le attività sociali o di volontariato.

In caso di eventuali trasgressioni al programma o alle prescrizioni imposte, oppure di mancata esecuzione delle prestazioni, o di commissione di un nuovo delitto non colposo ovvero di un reato della stessa indole rispetto a quello per cui si sta procedendo, il giudice revoca mediante ordinanza la sospensione e riprende il procedimento regredendo al momento in cui era stato sospeso.

I presupposti che permettono al minore di accedere a questa disciplina sono la valutazione delle caratteristiche peculiari della sua personalità e la prognosi positiva dell’eventuale progetto rieducativo e risocializzante a cui verrà inserito il minore.

La messa alla prova si può, inoltre, applicare per qualsiasi tipologia di reato, anche per quelli particolarmente gravi e di rilevante allarme sociale.

L’esito positivo della messa alla prova comporta la misura premiale dell’estinzione del reato pronunciata con sentenza di non luogo a procedere, se intervenuta in corso di udienza preliminare ovvero di non doversi procedere, nel caso in cui la decisione intervenga a conclusione del dibattimento. Più specificamente, la valutazione dell’esito della prova avviene nell’udienza di verifica fissata appositamente dal giudice, cioè quell’udienza preliminare o dibattimentale (secondo la fase nella quale il processo era stato sospeso) che si svolge nel pieno rispetto dei principi del contraddittorio e della difesa alla presenza delle parti interessate. In questa sede, viene valutata l’evoluzione della personalità del minorenne in senso dinamico, orientando quindi la decisione alla possibilità di cambiamento prodotta direttamente nel soggetto.

In conclusione, la disciplina della messa al prova evidenzia il desiderio di permettere al minorenne un reinserimento nella società, evitando però di cagionargli il trauma di chi trascorre un periodo in un istituto carcerario.

[1] Introdotto con L. del 28 aprile 2014, n. 67.

[2] Gli articoli recitano quanto segue:

  • 28: «1. Il giudice, sentite le parti, può disporre con ordinanza la sospensione del processo quando ritiene di dover valutare la personalità del minorenne all’esito della prova disposta a norma del comma 2. 2. Il processo è sospeso per un periodo non superiore a tre anni quando si procede per reati per i quali è prevista la pena dell’ergastolo o della reclusione non inferiore nel massimo a dodici anni; negli altri casi, per un periodo non superiore a un anno. Durante tale periodo è sospeso il corso della prescrizione. Con l’ordinanza di sospensione il giudice affida il minorenne ai servizi minorili dell’amministrazione della giustizia per lo svolgimento, anche in collaborazione con i servizi locali, delle opportune attività di osservazione, trattamento e sostegno. Con il medesimo provvedimento il giudice può impartire prescrizioni dirette a riparare le conseguenze del reato e a promuovere la conciliazione del minorenne con la persona offesa dal reato. 3. Contro l’ordinanza possono ricorrere per cassazione il pubblico ministero, l’imputato e il suo difensore. 4. La sospensione non può essere disposta se l’imputato chiede il giudizio abbreviato o il giudizio immediato. 5. La sospensione è revocata in caso di ripetute e gravi trasgressioni alle prescrizioni imposte»;
  • 29: «1. Decorso il periodo di sospensione, il giudice fissa una nuova udienza nella quale dichiara con sentenza estinto il reato se, tenuto conto del comportamento del minorenne e della evoluzione della sua personalità, ritiene che la prova abbia dato esito positivo. Altrimenti provvede a norma degli articoli 32 e 33».

di Giulia Rossitto