L’assistenza affettiva e psicologica durante il processo penale minorile: il diritto dell’imputato minorenne e il dovere del genitore


Il diritto processuale penale minorile si è imposto – nel disciplinare le diverse fasi processuali – l’obiettivo di offrire sempre una tutela adeguata al minore autore di reato.

Occorre infatti ricordare che il procedimento penale può causare un trauma (dovuto all’impatto con il sistema giudiziario) sullo sviluppo psicofisico del minore, il quale può rimanere turbato dall’andamento del processo, dalle discussioni effettuate in aula e dalle perizie mediche richieste.

È doveroso anche considerare che il legislatore ha sempre cercato di favorire il recupero sociale del minore e la sua rieducazione: tali obiettivi non si realizzerebbero, se l’interazione del minore con la realtà del procedimento penale fosse privata delle cautele che l’età e la maturità del minore impongono.

Infatti, l’identità del minore, la sua capacità di comprendere le conseguenze dannose del proprio comportamento e la distinzione tra il «giusto» e lo «sbagliato» sono concetti non ancora completamente formati nel suo intelletto.

Ciò premesso, per evitare di cagionare al soggetto un danno irrimediabile, il legislatore ha introdotto l’art. 12[1] del DPR 448 del 22 settembre 1988.

Secondo tale norma, occorre assicurare sempre, in ogni stato e grado del procedimento, un’assistenza affettiva e psicologica all’imputato minorenne. Tale tipologia di supporto è fornita in primis dal genitore del minore oppure da una persona scelta dal minore come tutore, secondariamente dai servizi sociali.

Qualora, i servizi sociali manchino nell’aiutare il minore a comprendere le vicende processuali saranno passibili di sanzione disciplinare.

È d’uopo, però, analizzare meglio il ruolo occupato in codesta situazione dai genitori: tali soggetti, a prescindere da eventuali provvedimenti sulla responsabilità genitoriale[2], hanno il compito di fornire sostegno morale e psicologico al minore, al fine di tranquillizzarlo e aiutarlo ad affrontare la realtà del processo.

È evidente il fatto che sono solo i genitori a poter svolgere al meglio la funzione in esame, in ragione del naturale legame affettivo che li unisce ai figli.

Tale risulta essere il fondamento della garanzia dell’assistenza affettiva e psicologica al minorenne.

Ma, qualora il genitore non adempia al compito che il suo ruolo gli imporrebbe, la giurisprudenza ha ritenuto non attuabile un’ipotesi di nullità. Piuttosto ha valutato la possibile applicazione dell’art. 333 c.c., secondo il quale «quando la condotta di uno o di entrambi i genitori non è tale da dare luogo alla pronuncia di decadenza prevista dall’articolo 330, ma appare comunque pregiudizievole al figlio, il giudice, secondo le circostanze, può adottare i provvedimenti convenienti e può anche disporre l’allontanamento di lui dalla residenza familiare ovvero l’allontanamento del genitore o convivente che maltratta o abusa del minore. Tali provvedimenti sono revocabili in qualsiasi momento».

La norma trova applicazione con riferimento agli aspetti relativi alla cura del minore, tant’è che nell’ipotesi di condotta pregiudizievole del genitore nei confronti del minore, queste sono quasi equiparabili a forme di negligenza o, peggio, di maltrattamento psicologico.

In conclusione, è dovere del giudice e degli altri soggetti del processo assicurare ogni forma di tutela possibile nei confronti del minore e garantire un’assistenza fissa e concreta in ogni momento.


[1] L’art. 12 del DPR n. 448 del 22 settembre 1988 asserisce quanto segue: «l‘assistenza affettiva e psicologica all’imputato minorenne è assicurata, in ogni stato e grado del procedimento, dalla presenza dei genitori o di altra persona idonea indicata dal minorenne e ammessa dall’autorità giudiziaria che procede. In ogni caso al minorenne è assicurata l’assistenza dei servizi indicati nell’articolo 6. Il pubblico ministero e il giudice possono procedere al compimento di atti per i quali è richiesta la partecipazione del minorenne senza la presenza delle persone indicate nei commi 1 e 2, nell’interesse del minorenne o quando sussistono inderogabili esigenze processuali».

[2] Infatti, qualora dovessero perdere la responsabilità genitoriale del minore, sarebbero comunque considerati astrattamente idonei all’assistenza affettiva e psicologica del minorenne imputato o indagato.

di Giulia Rossitto