L’esclusione dai benefici penitenziari dei condannati minorenni: un’ipotesi di illegittimità costituzionale


La Corte Costituzionale, con la sentenza n. 263 del 06 dicembre 2019, ha dichiarato l’illegittimità costituzionale dell’art. 2 co. 31 del d.lgs. n. 121 del 2 ottobre 2018 – in materia di esecuzione delle pene nei confronti dei condannati minorenni – poiché ha ritenuto che tale articolo, «nella parte in cui esclude che i detenuti minorenni e i giovani adulti, condannati per uno dei cosiddetti reati ostativi, possano accedere ai benefici penitenziari (misure penali di comunità, permessi premio e lavoro esterno) anche se, dopo la condanna, non hanno collaborato con la giustizia», fosse contrario ai principi ispiratori del diritto minorile, cioè la detenzione del soggetto come extrema ratio e l’utilizzo di pene efficaci al reinserimento sociale e alla rieducazione.

Nella sentenza sopra citata, infatti, il Tribunale per i minorenni di Reggio Calabria, in funzione di tribunale di sorveglianza, ha analizzato le perplessità sollevate dal PM su tale precetto, in quanto quest’ultimo aveva asserito che esso potesse violare «in primo luogo, l’art. 76 Cost.»; inoltre, riteneva che sarebbero stati vanificati i progressi raggiunti grazie ai «principi di cui all’art. 1, comma 85, lettera p), numeri 5) e 6), della legge delega del 23 giugno 2017, n. 103 (Modifiche al codice penale, al codice di procedura penale e all’ordinamento penitenziario), che prevedono l’ampliamento dei criteri di accesso alle misure alternative alla detenzione e l’eliminazione di ogni automatismo nella concessione dei benefici penitenziari».

In aggiunta, non si ritenevano rispettati «gli artt. 2, 3, 27 e 31 Cost., perché siffatto automatismo, che si fonda su una presunzione di pericolosità basata solo sul titolo di reato commesso, impedirebbe una valutazione individualizzata dell’idoneità della misura a conseguire le preminenti finalità di risocializzazione che debbono presiedere all’esecuzione penale minorile».

E, infine, «la disposizione censurata violerebbe l’art. 117, primo comma, Cost., in relazione agli artt. 7, 10 e 11 della direttiva 2016/800/UE del Parlamento europeo e del Consiglio dell’11 maggio 2016, sulle garanzie procedurali per i minori indagati o imputati nei procedimenti penali». Tali disposizioni, infatti, impongono che ogni singolo caso, il cui autore sia minorenne, sia valutato individualmente e «la necessità di ricorrere, ogni qualvolta sia possibile, a misure alternative alla detenzione».

Da ultimo, si aggiunge, «la norma censurata non sarebbe coerente neppure con l’art. 49, paragrafo 3, della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea (CDFUE), proclamata a Nizza il 7 dicembre 2000 e adattata a Strasburgo il 12 dicembre 2007, il quale stabilisce il principio di proporzionalità delle pene inflitte rispetto al reato».

La Corte Costituzionale, dopo aver attentamente valutato la situazione, si è trovata d’accordo con tale critica; infatti, richiamando alla mente la questione relativa all’ergastolo per gli infra-diciottenni, istituto che è stato dichiarato incostituzionale dalla medesima Corte, con la sentenza n. 168 del 28 aprile 1994, ha ricordato che «i principi di speciale protezione per l’infanzia e la gioventù» impongono sempre di individualizzare il «trattamento punitivo del minore» e di far prevalere il desiderio di rieducazione.

Tra i molteplici motivi valutati dalla Corte, però, è d’uopo concentrarsi in particolare su quello riferito agli artt. 27 co. 3 e 31 co. 2 Cost. (nel dettaglio, il limite alla libertà di concedere i benefici penitenziari nelle ipotesi descritte dai commi 1 e 1-bis dell’art. 4-bis ordin. penit.).

Si evidenzia, appunto, che «mentre […] per la generalità dei condannati minorenni l’accesso ai singoli benefici è soggetto ai principi generali di cui agli artt. 1 e 2 dello stesso d.lgs. n. 121 del 2018, per le speciali categorie di condannati cui si riferisce l’art. 4-bistale accesso è drasticamente limitato in considerazione della necessità di condotte collaborative con la giustizia, ai sensi dell’art. 58-terordin. penit., secondo uno schema applicativo che non differisce in modo significativo da quello previsto per gli adulti». Nel caso in esame, il problema era sorto dal fatto che il reo, che era stato «condannato in via definitiva alla pena di cinque anni di reclusione per i reati di cui all’art. 416-bisdel codice penale e agli artt. 2 e 7 della legge 2 ottobre 1967, n. 895 (Disposizioni per il controllo delle armi), aggravati, in base alla normativa all’epoca vigente, ai sensi dell’art. 7 del decreto-legge 13 maggio 1991, n. 152 (Provvedimenti urgenti in tema di lotta alla criminalità organizzata e di trasparenza e buon andamento dell’attività amministrativa), convertito, con modificazioni, nella legge 12 luglio 1991, n. 203», aveva avanzato la richiesta di espiare la pena residua mediante «l’applicazione della misura della detenzione domiciliare presso un’abitazione o in una struttura comunitaria». La richiesta, però, era stata respinta poiché mancava la collaborazione prevista dai criteri posti dall’art. 4-bisordin. penit.; ed è ciò, dunque, a determinare «un irrigidimento della disciplina dell’accesso ai benefici penitenziari. In ragione del titolo di reato per cui è intervenuta condanna è impedita al giudice una valutazione individuale sul concreto percorso rieducativo compiuto dal minore».

La Corte prosegue ricordando che tale disposizione fa prevalere le finalità di prevenzione generale e di difesa sociale su quelle di educazione e risocializzazione, comportando quindi un enorme contrasto con tutti i principi rilevanti nel diritto minorile.

Inoltre, aggiunge che «questa Corte, con sentenza n. 253 del 2019, relativa sia pure ai soli permessi premio, ha ritenuto che il meccanismo introdotto dall’art. 4-bis, anche laddove applicato nei confronti di detenuti adulti, contrasta con gli artt. 3 e 27 Cost. sia “perché all’assolutezza della presunzione sono sottese esigenze investigative, di politica criminale e di sicurezza collettiva che incidono sull’ordinario svolgersi dell’esecuzione della pena, con conseguenze afflittive ulteriori a carico del detenuto non collaborante”, sia “perché tale assolutezza impedisce di valutare il percorso carcerario del condannato, in contrasto con la funzione rieducativa della pena, intesa come recupero del reo alla vita sociale, ai sensi dell’art. 27, terzo comma, Cost.”».

Le conclusioni a cui il Collegio perviene, dunque, sono che «solo attraverso il necessario vaglio giudiziale è possibile tenere conto, ai fini dell’applicazione dei benefici penitenziari, delle ragioni della mancata collaborazione, delle condotte concretamente riparative e dei progressi compiuti nell’ambito del percorso riabilitativo, secondo quanto richiesto dagli artt. 27, terzo comma,e 31, secondo comma, Cost.».

1 Nella sentenza si evidenzia che «tale disposizione prevede che, ai fini della concessione delle misure penali di comunità e dei permessi premio e per l’assegnazione al lavoro esterno, si applica l’art. 4-bis, commi 1 e 1-bis, della legge del 26 luglio 1975, n. 354 (Norme sull’ordinamento penitenziario e sulla esecuzione delle misure privative e limitative della libertà), il quale consente la concessione dei benefici penitenziari ai condannati per taluni delitti, espressamente indicati, solo nei casi in cui gli stessi collaborino con la giustizia».

di Giulia Rossitto