L’imputabilità del minore nel procedimento penale


Nell’accertamento della penale responsabilità dei minori (ma anche degli adulti) un ruolo centrale è assunto dalla verifica dell’imputabilità[1].

In generale, il soggetto attivo si dice imputabile quando ha la capacità di intendere e di volere, che devono sussistere entrambe al momento della realizzazione della condotta e devono essere valutate in relazione al singolo fatto concreto.

La capacità di intendere consiste nella capacità di comprendere il significato sociale e le conseguenze del proprio comportamento. Con capacità di volere, invece, si indica la capacità di autodeterminarsi liberamente e di controllare le proprie pulsioni e i propri impulsi.

È evidente, dunque, la necessità di stabilire una disciplina specifica nell’ipotesi in cui l’autore del reato sia un minorenne.

Infatti, nel diritto processuale penale minorile, prima di procedere all’analisi del fatto di reato occorre accertare se il minore autore di reato sia o meno imputabile.

Per fare ciò, in primis, è d’uopo compiere un accertamento sull’età del minore.

Se risulta che il minore è infra-quattordicenne, vi è una presunzione assoluta di non punibilità[2]. Ciò significa che il minore è sempre non imputabile. Il giudice, dunque, «quando accerta che l’imputato è minore degli anni quattordici, pronuncia, anche di ufficio, sentenza di non luogo a procedere trattandosi di persona non imputabile»[3] in ogni stato e grado del processo. Al minore, dunque, non sarà applicata nessuna pena.

Se, invece, risulta che il minore è infra-diciottenne, questo sarà imputabile se, al momento in cui ha commesso il fatto, era capace di intendere e di volere. In questo caso, però, la pena sarà diminuita fino a 1\3[4]. L’accertamento della capacità di intendere e di volere, in questo caso, va compiuto in concreto, cioè in relazione alle caratteristiche di quel singolo soggetto al momento della commissione del fatto. Inoltre, bisogna tenere conto del tipo di reato che ha commesso poiché è possibile che il minore abbia raggiunto un grado di maturità tale da permettergli di comprendere il disvalore solo di alcuni tipi di reato[5].

È bene ricordare, però, che, a prescindere dalla presenza o dall’assenza dell’imputabilità, qualora il minore (sia infra-quattordicenne sia infra-diciottenne) risultasse socialmente pericoloso, egli sarà sottoposto a una misura di sicurezza (libertà vigilata o riformatorio giudiziario). Infatti, l’art. 224 c.p. prescrive che «qualora il fatto commesso da un minore degli anni quattordici sia preveduto dalla legge come delitto, ed egli sia pericoloso, il giudice, tenuto specialmente conto della gravità del fatto e delle condizioni morali della famiglia in cui il minore è vissuto, ordina che questi sia ricoverato nel riformatorio giudiziario o posto in libertà vigilata. Se, per il delitto, la legge stabilisce l’ergastolo, o la reclusione non inferiore nel minimo a tre anni, e non si tratta di delitto colposo, è sempre ordinato il ricovero del minore nel riformatorio per un tempo non inferiore a tre anni. Le disposizioni precedenti si applicano anche al minore che, nel momento in cui ha commesso il fatto preveduto dalla legge come delitto, aveva compiuto gli anni quattordici, ma non ancora i diciotto, se egli sia riconosciuto non imputabile, a norma dell’articolo 98».

Il DPR n. 448 del 1988 all’art. 9 impone al Pubblico Ministero e al giudice di acquisire tutti gli elementi necessari al fine di accertare l’imputabilità del minore, anche mediante l’audizione di persone esperte o che abbiano dei legami con il soggetto attivo[6].

Un concetto particolarmente complesso è quello della «maturità» del minore, ossia dello «sviluppo intellettivo e la forza di carattere, la capacità di intendere certi valori etici, l’attitudine a distinguere il bene dal male, il lecito dall’illecito, nonché a determinarsi nella scelta dell’uno o dell’altro. A tal fine non può prescindersi da speciali ricerche sui precedenti personali e familiari del soggetto sotto l’aspetto fisico, psichico, morale ed ambientale».

 In realtà, questo orientamento è stato sottoposto a una forte critica da una parte della dottrina, secondo la quale il concetto di maturità è talmente vago da risultare pressoché inutilizzabile, nonché pericoloso, e potrebbe allontanare il giudizio circa la corretta valutazione in merito all’imputabilità del minore.

In conclusione, merita un cenno il rapporto tra la minore età e il vizio di mente (che può essere totale o parziale), descritto agli artt. 88 e 89 c.p.[7] I due istituti, infatti, possono coesistere: nel caso di vizio totale di mente, il minore, anche se infra-diciottenne, non sarà imputabile; invece, nel caso di vizio parziale di mente, ferma la non punibilità del minore infra-quattordicenne, dovrà essere valutata l’influenza dell’infermità sullo sviluppo psichico del minore e dunque sulla sua capacità di intendere e di volere.


[1] Il codice penale, all’art. 85, dispone quanto segue: «nessuno può essere punito per un fatto preveduto dalla legge come reato, se, al momento in cui lo ha commesso, non era imputabile. È imputabile chi ha la capacità d’intendere e di volere».

[2] L’art. 97 c.p. dispone che «non è imputabile chi, nel momento in cui ha commesso il fatto, non aveva compiuto i quattordici anni».

[3] Art. 26 del DPR n. 448 del 1988.

[4] L’art. 98 c.p. afferma che: «è imputabile chi, nel momento in cui ha commesso il fatto, aveva compiuto i quattordici anni, ma non ancora i diciotto, se aveva capacità d’intendere e di volere; ma la pena è diminuita. Quando la pena detentiva inflitta è inferiore a cinque anni, o si tratta di pena pecuniaria, alla condanna non conseguono pene accessorie. Se si tratta di pena più grave, la condanna importa soltanto l’interdizione dai pubblici uffici per una durata non superiore a cinque anni, e, nei casi stabiliti dalla legge, la sospensione dall’esercizio della responsabilità genitoriale».

[5] La giurisprudenza ha ritenuto che «la capacità di intendere del minore tra i quattordici e i diciotto anni consiste nell’idoneità del soggetto non solo a comprendere la caratteristiche e l’entità delle proprie azioni, ma anche a valutarne la portata in rapporto, se non propriamente al diritto, almeno alla morale; mentre la capacità di volere consiste nell’attitudine del soggetto medesimo ad autodeterminarsi liberamente tra i vari motivi influenti sulla condotta».

[6] L’art. 9 recita: «il pubblico ministero e il giudice acquisiscono elementi circa le condizioni e le risorse personali, familiari, sociali e ambientali del minorenne al fine di accertarne l’imputabilità e il grado di responsabilità, valutare la rilevanza sociale del fatto nonché disporre le adeguate misure penali e adottare gli eventuali provvedimenti civili. A tal fine il pubblico ministero e il giudice possono sempre assumere informazioni da persone che abbiano avuto rapporti con il minorenne e sentire il parere di esperti, anche senza alcuna formalità».

[7] L’art. 88 c.p. dispone che «non è imputabile chi, nel momento in cui ha commesso il fatto, era, per infermità, in tale stato di mente da escludere la capacità di intendere o di volere».

L’art. 89 c.p. stabilisce che «chi, nel momento in cui ha commesso il fatto, era, per infermità, in tale stato di mente da scemare grandemente, senza escluderla, la capacità d’intendere o di volere, risponde del reato commesso; ma la pena è diminuita».

di Giulia Rossitto