Malattie mentali e bigenitorialità


Ci sono diversi motivi per cui due coniugi decidono di separarsi, uno di questi è il caso in cui  sorge  una malattia psicologica importante.

In questi casi l’affidamento dei figli viene effettuato previo accertamento del tipo di disturbo mentale e il suo grado di gravità. Il giudice infatti, può chiedere una consulenza tecnica “quando dal colloquio con i coniugi il magistrato si rende conto della presenza in uno o in entrambi di anomalie nell’organizzazione mentale più o meno gravi” oppure “su richiesta di uno dei genitori, che adduca il disturbo mentale dell’altro sia come causa del fallimento del rapporto coniugale, sia come motivo per avere l’affidamento della prole”.

Ciò per valutare di quale disturbo si tratti e la sua gravità, in modo da stabile il grado di capacità genitoriale ancora presente. Ciò è fondamentale per il giudice, il quale potrà disporre di tutte le notizie e informazioni utili al fine di ricostruire la personalità dei genitori e di conseguenza come organizzare l’ambiente familiare. Il disturbo mentale può infatti influire in modo incisivo e decisivo sulle capacità educative del genitore.

A questo punto, in base al quadro psicologico delineato dal personale tecnico, il giudice può adottare vari provvedimenti di affidamento nell’esclusivo interesse della prole. Non è detto infatti che un disturbo mentale incida sulla capacità genitoriale e sull’educazione del figlio. Diverse sentenze hanno infatti confermato che sebbene un genitore sia affetto da disturbo bipolare lieve, questo non incida sulle sue capacità e il bambino possa essere comunque affidato ad esso, prendendo ovviamente le opportune cautele, coinvolgendo operatori sociosanitari e i servizi sociali.

Ma bisogna chiedersi se tutto ciò avviene nella mera discrezionalità del giudice o se esiste nel nostro ordinamento una normativa a riguardo. Questa in realtà non c’è e il giudice sebbene disponga di un ampio spazio di scelta deve attenersi a dei principi cardine. Il giudice, in primo luogo, dovrà preferire l’affidamento condiviso dei figli in modo da garantire il diritto alla bi-genitorialità.

Se ciò non è possibile il giudice dovrà valutare  la situazione in base all’oggettiva patologia sofferta dal genitore, al fine di valutarne le possibili ripercussioni sui figli;  dovrà tener conto della preferenza espressa dai minori riguardo al genitore con cui abitare;  e infine accertare la capacità di ambo i genitori di collaborare nell’interesse dei figli. Al termine di tali valutazioni il giudice potrà decidere di affidare i figli a uno dei genitori e organizzare gli incontri e le cure per il genitore affetto da malattia psichica. È stato infatti dimostrato che togliere completamente i figli al genitore con problemi mentali può portare nel minore un forte senso di abbandono e di disagio che si può ripercuotere nella sua crescita.

Due esempi fondamentali che vanno in questa direzione sono l’ordinanza del 27 novembre 2013 del Tribunale di Milano e la sentenza del Tribunale di Velletri n.74/2018.

Nello specifico il tribunale di Milano ha dichiarato valido l’accordo raggiunto dai coniugi con il quale si stabiliva l’affidamento condiviso dei due figli minori, nonostante la madre fosse affetta da disturbo bipolare.

È stato infatti accertato che la patologia, tenuta sotto controllo con trattamento terapeutico, non ha mai causato un pregiudizio per i figli, grazie anche alla collaborazione attenta del padre. È infatti fondamentale che il giudice a priori non ritenga la malattia mentale causa di inidoneità genitoriale, ciò non solo per l’interesse del minore ma anche per la buona riuscita del trattamento terapeutico del paziente/genitore.

Nella decisione infatti, si può leggere che molto spesso la malattia mentale causi pregiudizi, marchiando la persona disturbata che viene discriminata e isolata. In realtà le persone affette da malattie mentali possono essere curate recuperando tutte le capacità intellettive che consentono loro di avere normali rapporti interpersonali e relazionali. Il giudice milanese, precisa infatti che “il malato, in fuga dalla propria condizione per timore dello stigma, non riesce a migliorare e si isola, peggiorando il proprio stato di esclusione e rafforzando il pregiudizio stesso”.

Questo preconcetto, è stato sottolineato, “crea un impoverimento dei rapporti personali del malato e la sua alienazione dal contesto sociale, di conseguenza i danni alla persona derivano non dalla patologia ma, paradossalmente, dal modo in cui la società la ripudia.”

Nel caso in esame, i genitori avevano concordato un affidamento condiviso con collocamento presso la madre ma con ampi tempi di permanenza dei figli con il padre, sia durante la settimana, che in occasione delle festività e delle vacanze. Infine, il padre “si era riservato il diritto di partecipare al trattamento terapeutico della madre e in caso di rischi avrebbe attivato la vigilanza del giudice tutelare ai sensi dell’art. 337 c.c.”

Il tribunale di Velletri mantiene la stessa impostazione, una volta accertata l’esistenza della patologia bipolare di livello uno nella madre. Sebbene infatti il padre richiede l’affidamento esclusivo delle figlie con disposizione delle modalità di visita della madre, che già vivevano con lui da oltre tre anni dopo la separazione. Il tribunale invece una volta  accertato che la mamma è disposta ad essere aiutata e sostenuta, anche con l’aiuto di una baby-sitter nell’occuparsi delle figlie. Dispone “la frequentazione, ritenendo fondamentale nel precipuo interesse delle minori, che le stesse possano riallacciare il rapporto con la madre.”

Concludendo possiamo quindi affermare come si ritenga fondamentale tutelare lo sviluppo emotivo e affettivo del  minore nel caso di separazione dei genitori. Sarebbe infatti deleterio la perdita e l’abbandono di una figura genitoriale nello sviluppo e nella crescita del minore. Anzi con la predisposizione di strumenti adeguati convivere con una malattia mentale può essere fonte di crescita e maturazione nei figli che imparano ad abbattere certe barriere culturali ancora fortemente ancorate in noi.

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di Lisa Guerra