Reati sessuali in danno di minorenni: la particolare disciplina descritta dagli artt. 600-ter e 600-quater 1 C.P.


L’art. 600-ter del codice penale descrive il reato di pornografia minorile: «è punito con la reclusione da sei a dodici anni e con la multa da euro 24.000 a euro 240.000 chiunque:

  1. Utilizzando minori di anni diciotto, realizza esibizioni o spettacoli pornografici ovvero produce materiale pornografico;
  2. Recluta o induce minori di anni diciotto a partecipare a esibizioni o spettacoli pornografici ovvero dai suddetti spettacoli trae altrimenti profitto.

Alla stessa pena soggiace chi fa commercio del materiale pornografico di cui al primo comma. Chiunque, al di fuori delle ipotesi di cui al primo e al secondo comma, con qualsiasi mezzo, anche per via telematica, distribuisce, divulga, diffonde o pubblicizza il materiale pornografico di cui al primo comma, ovvero distribuisce o divulga notizie o informazioni finalizzate all’adescamento o allo sfruttamento sessuale di minori degli anni diciotto, è punito con la reclusione da uno a cinque anni e con la multa da euro 2.582 a euro 51.645. […]».

Tale norma è stata introdotta al fine di garantire l’integrità psico-fisica del minore, unitamente alla morale e al buon costume e, per codesta ragione, è stata oggetto di un’attenta analisi interpretativa da parte della giurisprudenza.

In primis, dunque, è d’uopo dare una definizione al concetto di «materiale pornografico». La norma, con ciò, intende «la rappresentazione, con qualunque mezzo, di un minore di anni diciotto coinvolto in attività sessuali esplicite, reali o simulate, o qualunque rappresentazione degli organi sessuali di un minore di anni diciotto per scopi sessuali»[1]. Il reato si consuma nel momento dell’esibizione del minore, senza che assuma rilevanza la produzione del materiale pornografico.

Successivamente viene, altresì, in rilievo il commercio del materiale pornografico e la sua diffusione. Anche la produzione ad uso personale è reato, perché un qualsiasi rapporto di natura sessuale, tra adulto e minore di anni diciotto, viene considerata come degradante e gravemente offensiva della dignità del minore in funzione del suo sviluppo sano e armonioso.

La giurisprudenza, sul punto, ha, peraltro, affermato un nuovo principio di diritto, secondo il quale «non è più necessario l’accertamento del pericolo di diffusione del suddetto materiale», a seguito della l. del 6 febbraio 2006, n. 38.

Va, in secondo luogo, evidenziato a quale situazione il legislatore intendesse rivolgersi con il termine «sfruttamento»; è stata riformulata[2] la fattispecie del co. 1 dell’art. 600-ter, intendendo con “sfruttamento di minori” la realizzazione o la produzione di materiale con minori di diciotto anni. Anche dalla lettura della norma non appare, quindi, necessaria la sussistenza di un pericolo – astratto o concreto – della diffusione. Il motivo di tale decisione sta nel fatto che nei commi successivi vengono già disciplinate situazioni quali il commercio o la pubblicizzazione.

Tale linea interpretativa è stata ripresa da una recente sentenza della Corte di Cassazione penale, Sezioni Unite, del 31 maggio 2018, n.51815, dove appunto si legge che «sulla disposizione, […] “se il fatto, punito dall’art. 600-ter, co. 1 c.p., di sfruttare minori degli anni diciotto al fine di realizzare esibizioni pornografiche o di produrre materiale pornografico postuli, o non, lo scopo di lucro e/o l’impiego di una pluralità di minori”. La questione era sorta in conseguenza dell’orientamento dottrinale maggioritario, secondo il quale, al termine “sfruttare” andava riconnesso un significato lucrativo, quantomeno economico, con la conseguenza che dovevano escludersi tutte quelle attività che si risolvevano nell’appagamento di intimi e riservati fini perversi o nell’occasionale utilizzazione di un singolo minore per gli anzidetti scopi. A tale orientamento si contrapponeva un’opinione minoritaria per la quel era preferibile un’interpretazione della disposizione volta ad includere l’incriminazione di condotte illecite che prescindevano dal ritorno economico, sul rilievo che il bene protetto era la tutela dell’essere umano. Le Sezioni Unite, […], hanno affermato che, nonostante il legislatore avesse adoperato il termine “sfrutta”, che evoca immediatamente le nozioni di “utile” e di “rendimento”, la fattispecie della produzione di materiale pornografico non richiedeva lo scopo di lucro da parte del reo. In altri termini, la locuzione “sfruttamento del minore” non doveva intendersi come “sfruttamento per fini economici” dovendosi avere riguardo al bene interesse protetto dalla norma che, come desumibile dalla l. n. 269 del 1998, art. 1, era la “salvaguardia dello sviluppo fisico, psicologico, spirituale, morale e sociale” dei minori. […].».

Una particolare ipotesi, analizzata dalla Corte di Cassazione, è quella del delitto di pornografia minorile virtuale, con riferimento al caso della «pedopornografia a fumetti»[3].

Nel caso di specie, ci si è chiesti se la fattispecie descritta all’art. 600-quater 1 c.p.[4] sia applicabile anche alle rappresentazioni a fumetti di minori coinvolti in atti sessuali.

All’esito del giudizio di primo grado – con la conseguente condanna per il delitto di «pornografia minorile virtuale» (successivamente ribaltata per insussistenza del fatto in Corte d’Appello) – è stato accertato che l’imputato aveva un considerevole numero di disegni o rappresentazioni fumettistiche che ritraevano soggetti, minorenni, intenti a subire pratiche sessuali, definiti «in svariati casi abietti e raccapriccianti».

È stato, dunque, chiesto l’intervento della Corte di Cassazione che, partendo dalla definizione di pedopornografia virtuale, è giunta alla conclusione che il bene protetto non è soltanto la libertà sessuale del soggetto minore di età concretamente rappresentato, bensì nella intangibilità della personalità dei minorenni e nel rispetto dei tempi e dei modi di sviluppo della loro personalità. Ciò che assume rilevanza, dunque, è una qualsiasi rappresentazione di un minore coinvolto in attività sessuali. È bene sottolineare, però, che la maggior parte della dottrina ha preferito aderire a un’interpretazione più restrittiva della norma, non facendovi rientrare tutto ciò che è frutto della completa fantasia dell’autore. In generale, dunque, si assiste a un intervento penale sempre più stringente, volto a tutelare i diritti fondamentali dei minori.


[1] È esclusa, tuttavia, la punibilità della mera rappresentazione della nudità in se e per sé considerata, ovvero senza attinenza alla sfera sessuale.

[2] Grazie all’art. 2, co. 1, lett. a) della l. del 6 febbraio 2006, n. 38.

[3] Sentenza della Corte di Cassazione, Sez. III, del 13 gennaio 2017, n. 22265.

[4] L’art. 600-quater 1 c.p. recita: «le disposizioni di cui agli articoli 600-ter e 600-quater c.p. si applicano anche quando il materiale pornografico rappresenta immagini virtuali realizzate utilizzando immagini di minori degli anni diciotto o parti di esse, ma la pena è diminuita di un terzo. Per immagini virtuali si intendono immagini realizzate con tecniche di elaborazione grafica non associate in tutto o in parte a situazioni reali, la cui qualità di rappresentazione fa apparire come vere situazioni non reali».

di Giulia Rossitto