Il diritto ad essere bambine


Siamo in un quartiere di Milano quando una ragazzina compone il 114, numero dell’Emergenza Infanzia, un servizio pubblico gestito dal Telefono Azzurro. Ella racconterà dell’ennesimo sopruso delle famiglie sui figli minorenni. Questa volta riguarda una delle tante storie sentite anche nel nostro Paese: una ragazzina di 15 anni è stata promessa sposa a un uomo molto più grande di lei, che non conosce e che non ama.  – “A casa è tutto pronto per la cerimonia di fidanzamento”- dirà disperata. La disperazione è tanta perché sa bene che una tale promessa, per la loro cultura, equivale a un vero e proprio contratto formale.

Lei, Rashida però, ha trovato la forza di ribellarsi alla famiglia, sicuramente anche forte della protezione di uno Stato civile come il nostro che, infatti, ha immediatamente aperto le indagini e provveduto a trasferire la ragazza in una comunità in modo che potesse tranquillizzarsi e, soprattutto, potesse continuare ad andare a scuola, cosa che le piace molto e conduce con ottimi risultati. Qui, si inserisce il dramma nel dramma perché queste baby-spose -spesso parliamo di vere e proprie bambine dagli 8 anni in sù-, non solo vengono costrette a sposarsi in un’età non consona, con uomo grande e contro la loro volontà ma, una volta promesse al matrimonio sono costrette a lasciare la scuola, ritenute inutile per il loro ruolo di madre e moglie devota. E il dramma è evidente in quanto la scuola è il luogo dove i ragazzi si formano, prendono coscienza e consapevolezza di doveri civici, ma anche di diritti e, dell’importanza di studiare per evolversi, per trovare un lavoro che, soprattutto nelle zone più povere del mondo, per le donne, rappresenterebbe l’unica via o forse, speranza di condurre una vita diversa da quella che gli viene prospettata e imposta sin dalla nascita, l’unica via per potersi liberare… .  Sì, uso questo termine in quanto mi sembra necessario e l’unico in grado di spiegare questa terribile e dolorosa realtà: in Paesi come l’India dove si registra il più alto numero di spose bambine, in zone poverissime dell’Asia e dell’Africa, ma anche in Paesi come la Turchia e l’Albania, candidati per entrare nell’Unione Europea, e in tanti Stati in cui la pratica di matrimoni con i minorenni sarebbe anche vietata ma in nome di tradizioni profondamente arcaiche e primitive, le autorità fanno finta di non vedere e di non sapere, i dati sono crescenti ed allarmanti.

A decidere di questo crudele destino sono le stesse famiglie, quasi sempre poverissime, che in cambio di possibili miglioramenti di vita propria e degli altri figli, ma spesso anche-così credono-anche per la figlia stessa o semplicemente per la troppa ignoranza, stipulano accordi con uomini molto più grandi delle figlie, anche anziani, purché benestanti. Da qui, per le bambine o ragazzine non ancora maggiorenni, inizia una vera e propria esistenza fatta spesso di violenze, di sottomissione totale al marito, di lacerazioni psicologiche quasi insanabili, di morti precoci da parto per le giovanissime mamme, ma anche dei loro neonati, il tutto vissuto in quei posti con l’indifferenza di tutti perché lì, tutto questo è normale. Arretratezza culturale, soglie di povertà al limite del possibile, assenza totale di diritti, società fortementi maschiliste, tradizioni paradossali  e assenza dello Stato fanno sì che questa grande piaga abbia assunto un peso così grande e drammatico da far arrivare le sofferenti grida di Aiuto umanitario al mondo intero.

Tante organizzazioni umanitarie si stanno mobilitando organizzando convegni, raccolta di firme e azione di difesa concrete e, anche a noi, abbiamo il compito di portare all’attenzione e di raccontare queste storie, spaventose, affinché anche a queste BAMBINE venga riconosciuto il diritto di essere tali: di godere della loro età, di giocare, di essere libere, di scegliere, di studiare, di innamorarsi… di veder salvaguardati tutti quei Diritti che numerosi Trattati e Convenzioni Internazionali riconoscono e garantiscono, ma prima di tutto, il cuore e la natura ci chiedono di proteggerle.

di Adriana Fucci