Le mutilazioni genitali femminili e l’intervento della legge n. 7/2006


La mutilazione genitale femminile (MGF) è un’operazione chirurgica, generalmente praticata su ragazze molto giovani, che hanno un’età compresa tra 10 e 15 anni. Ci sono anche Paesi, come l’Egitto, in cui l’età media scende molto di più, a partire dalle prime settimane di vita delle minori[1]. In alcune comunità può essere eseguita anche su donne più adulte, in vista del matrimonio o all’inizio della prima gravidanza.

Tale costume consiste nell’estirpare in maniera totale o parziale i genitali femminili alle bambine per ragioni non mediche. L’Organizzazione mondiale della sanità (OMS) ha diviso pratiche del genere in quattro diversi tipi, a seconda del livello di gravità: la clitoridectomia, l’asportazione, l’infibulazione e, infine, altre pratiche di mutilazione genitale non classificate.

Nessuna religione la contempla come obbligatoria, ma è una pratica abituale per molti gruppi religiosi. Nella maggioranza delle culture, il pretesto principale per procedere è originato dalla credenza che l’attività in questione sia necessaria per la buona riuscita di un matrimonio. Di conseguenza, le bambine che non si sottopongono alla suddetta usanza sono considerate promiscue e sporche; pertanto, sono destinate a non sposarsi.

Inoltre, è stato registrato un abbassamento dell’età media in cui una ragazza subisce l’intervento, perché i genitori fanno operare – spesso clandestinamente – le figlie sempre più giovani, poiché minore è l’età, più facile diventa eludere i controlli.

La mutilazione genitale femminile, oltre a provocare gravi danni psicologici, spesso genera seri problemi durante la gravidanza ed il parto e provoca disfunzioni sessuali, infezioni croniche e persino la morte.

È importante sottolineare che le mutilazioni genitali femminili sono praticate soprattutto in Paesi prevalentemente dominati dagli uomini, dove le donne non possono occupare posizioni di spicco e sono generalmente relegate in casa.

Tale consuetudine non va confusa con la circoncisione maschile, tipica della religione ebraica, in quanto considerata lecita, poiché non è volta a controllare la sfera sessuale dei soggetti sui quali viene applicata, ma ha una funzione religioso-sanitaria.

In Italia, in occasione dell’approvazione della legge n. 7 del 9 gennaio 2006, si sono contrapposti diversi pareri su tale materia, poiché da un lato vi erano coloro che sostenevano la necessità di un intervento giuridico totale, dall’altro vi erano coloro che si impegnavano per promuovere iniziative volte a modificare solo alcuni aspetti di tale materia; infine, vi era chi ha manifestato un parere contrario a qualsiasi forma di intervento giuridico.

Uno degli aspetti più critici riguardava la possibilità, o l’obbligo, da parte degli operatori sanitari di denunciare i casi di MGF, una volta scoperti[2].

Ciò detto, è d’uopo analizzare più nel dettaglio la disciplina legislativa in materia di MGF.

L’Italia, come anticipato, si è attivata per imporre delle disposizioni concernenti la prevenzione e il divieto delle pratiche di mutilazione genitale femminile[3]; in particolare sono vietate l’esecuzione di tutte le forme di MGF (intendendo, oltre alla clitoridectomia, all’escissione, all’infibulazione, anche il concetto più ampio di qualsiasi altra pratica che causa effetti dello stesso tipo o malattie psichiche o fisiche). È inoltre applicabile il principio di extraterritorialità, che rende punibili le MGF anche se commesse al di fuori del paese.[4]

La legge precedentemente citata impone anche una serie di misure preventive e attività di sostegno per le vittime, nonché iniziative di sensibilizzazione dei cittadini, in collaborazione con i centri di assistenza sanitaria. È stato anche creato un numero verde gratuito istituito presso il Ministero dell’Interno.

A ciò vanno unite le norme già presenti nel codice civile in materia di tutela di minori, con i quali si impone, ad esempio, «la decadenza dalla responsabilità genitoriale quando il genitore viola o trascura i doveri ad essa inerenti o abusa dei relativi poteri con grave pregiudizio del figlio. In tale caso, per gravi motivi, il giudice può ordinare l’allontanamento del figlio dalla residenza familiare ovvero l’allontanamento del genitore o convivente che maltratta o abusa del minore»[5].

In materia di richiesta di asilo per motivi di MGF si fa riferimento al d.lgs. n. 251 del 19 novembre 2007, all’art. 7 co.2, che considera la violenza fisica o psicologica o gli atti rivolti specificamente contro un determinato genere o contro i bambini, rilevanti ai fini della concessione dello status di rifugiato.

È condiviso da tutti gli Stati, non solo quelli europei, ma anche mondiali, che le MGF violano il diritto alla salute e alla integrità fisica, nonché il diritto all’uguaglianza e alla non-discriminazione sulla base del genere, e sono considerate una forma di tortura e di trattamento inumano (sono state infatti classificate come una forma di violenza grave contro le donne e le bambine).

In conclusione, grazie l’attenzione dimostrata dalle autorità internazionali, è sorto l’obiettivo di eliminare definitivamente la MGF, al fine di favorire una corretta crescita fisica e psicologica delle bambine.


[1] L’UNICEF ha testimoniato che in Egitto, il 90% dei casi di MGF è stato compiuto su bambine in età compresa tra 5 e 14 anni. Ma in paesi come Etiopia, Mali e Mauritania, la MGF viene praticata su bambine sotto i 5 anni. In Yemen tali interventi vengono compiuti anche su neonate entro le prime due settimane di vita.

[2] In quanto, così facendo, sarebbe violato il principio di riservatezza e la segretezza tra paziente e medico.

[3] La legge n. 7 del 9 gennaio 2006 (chiamata anche Legge Consolo).

[4] Agli articoli 583-bis dove si afferma che «chiunque, in assenza di esigenze terapeutiche, cagiona una mutilazione degli organi genitali femminili è punito con la reclusione da quattro a dodici anni. Ai fini del presente articolo, si intendono come pratiche di mutilazione degli organi genitali femminili la clitoridectomia, l’escissione e l’infibulazione e qualsiasi altra pratica che cagioni effetti dello stesso tipo. Chiunque, in assenza di esigenze terapeutiche, provoca, al fine di menomare le funzioni sessuali, lesioni agli organi genitali femminili diverse da quelle indicate al primo comma, da cui derivi una malattia nel corpo o nella mente, è punito con la reclusione da tre a sette anni. La pena è diminuita fino a due terzi se la lesione è di lieve entità. La pena è aumentata di un terzo quando le pratiche di cui al primo e al secondo comma sono commesse a danno di un minore ovvero se il fatto è commesso per fini di lucro. Le disposizioni del presente articolo si applicano altresì quando il fatto è commesso all’estero da cittadino italiano o da straniero residente in Italia, ovvero in danno di cittadino italiano o di straniero residente in Italia. In tal caso, il colpevole è punito a richiesta del Ministro della giustizia» e 583-terche dispone che «la condanna contro l’esercente una professione sanitaria per taluno dei delitti previsti dall’articolo 583-bis importa la pena accessoria dell’interdizione dalla professione da tre a dieci anni. Della sentenza di condanna è data comunicazione all’Ordine dei medici chirurghi e degli odontoiatri».

[5] Vedi art. 330 c.c.

di Giulia Rossitto