Mutilazione genitale femminile: tortura o cultura?


Forme di rimozione parziale o totale dei genitali femminili esterni o altre modificazioni indotte agli organismi genitali femminili, effettuate per ragioni culturali o altre ragioni non terapeutiche” così l’OMS (Organizzazione Mondiale della Sanità) definisce la FGM (mutilazione genitale femminile). Si tratta di una pratica illegale in svariati paesi in seguito alla presa di posizione di diversi Stati – tra cui l’Italia – per contrastare questo fenomeno; purtroppo però le percentuali sono ancora molto alte e i dati forniti da alcuni paesi sono solo parziali ( ad esempio in Perù, Malesia, India, Repubblica Democratica del Congo, Israele, Emirati Arabi, Sri Lanka, Colombia).

Nel 2016 il Ministero della Salute italiano stimava una cifra tra le 100 e le 140 milioni di donne ogni anno sottoposte a tale pratica (di cui 3 milioni sono bambine) di età compresa tra i 15 e i 50 anni, ma spesso la mutilazione viene effettuata anche su bambine di fascia inferiore ai 15 anni.

Nello specifico la FGM può avvenire per differenti ragioni che possono variare a seconda della religione o per fattori socioculturali interni alla famiglia o alla comunità. Nel 1997 l’OMS ha classificato la FGM in 4 tipi principali di mutilazioni di cui il 90% sono di tipo escissorio (rimozione parziale dell’apparato genitale femminile esterno):

Tipo I: rimozione parziale o totale del glande del clitoride.

Tipo II: rimozione parziale o totale del glande del clitoride e delle piccole labbra, alle volte insieme anche alla rimozione delle grandi labbra .

Tipo III: taglio delle piccole labbra o delle grandi labbra per sigillare l’apertura vaginale permettendo solo la fuoriuscita del flusso urinario e mestruale. Questa pratica è conosciuta meglio anche come infibulazione. Inoltre la donna in seguito subirà una ‘’deinfibulazione’’ che consiste nella riapertura delle piccole o grandi labbra per consentire rapporti sessuali o la procreazione; molte donne però vengono poi sottoposte nuovamente alla pratica invasiva dell’infibulazione subendo dunque diversi interventi nel corso della loro vita. Questo avviene per la conservazione della purezza femminile, difatti una seconda infibulazione può essere fatta anche alle vedove.

Tipo IV: tutte le altre pratiche non sopracitate invasive per la vulva senza alcuno scopo medico (puntura, perforazione, cauterizzazione, raschiatura o incisione).

Ad oggi il continente africano conta la percentuale maggiore di FGM in tutto il mondo. In Egitto, eritrea, Guinea, mali, Somalia, sierra Leone, Gibuti e nel Nord del Sudan quasi tutta la popolazione femminile viene sottoposta almeno una volta a tale pratica.

Svariate sono state e sono tutt’oggi le campagne e le manifestazioni che si oppongono al fenomeno riuscendo ad incentivare diversi stati alla proibizione della pratica culturale della mutilazione per questioni igienico sanitarie oltre alla tutela psicofisica delle bambine e delle donne. Resta però un fenomeno ancora troppo diffuso e la percentuale ancora troppo alta; tantissime donne che hanno subito la FGM infatti sono convinte che tale usanza non sia denigratoria per le giovani donne ma una tradizionale pratica.

È dunque una cultura e una tradizione la mutilazione che si scontra con i principi fondamentali delle violazioni dei diritti umani. A tal proposito sono differenti le associazioni – come Save the Children – che si occupano del fenomeno in previsione di riuscire a debellarlo completamente senza sottovalutare l’importanza della cultura e agendo anche con l’informazione perché è la cultura a renderci liberi.

di Martina Carcangiu