Quando l’adozione fallisce


Come pacchi restituiti al mittente.

Due persone che desiderano diventare genitori, che vogliono qualcuno che li chiami “mamma” e “papà”, che compilano decine e decine di documenti, e che aspettano un bambino a volte per anni. Lo accolgono nella loro casa, lo fanno diventare parte della famiglia, facendolo sentire parte della società attraverso l’inserimento a scuola e le feste di compleanno dei compagni di classe. E poco dopo, lo respingono, restituendolo al mittente. I fattori di rischio? Età all’inserimento, permanenza in istituto, adozione insieme a fratelli.

Che caratteristiche hanno i minori che vivono il dramma del fallimento della loro adozione? Secondo una recente ricerca del professor Jesùs Palacios, professore dell’Università di Siviglia, qualche tratto comune esiste. Intanto essere maschio o femmina non conta. Conta invece e molto l’età in cui è avvenuto il collocamento in famiglia. Il 94% dei fallimenti riguardano bambini che sono stati inseriti in famiglia quando avevano più di due anni, ma contrariamente a quanto si pensa, il rischio non aumenta con l’aumentare dell’età e un bambino adottato da grande non è un bambino molto più a rischio. Se l’età media dell’inserimento in famiglia per i bambini adottati, nella ricerca spagnola, era di 2,8 anni, nei casi andati poi incontro al fallimento i bambini erano stati accolti in famiglia a un’età media molto più elevata, 7,5 anni: cinque anni dopo la media. Un altro fattore di rischio è l’adozione di fratelli: il 40% dei fallimenti adottivi coinvolge adozioni di fratelli. in poco più della metà dei casi il fallimento riguarda tutti i fratelli, mentre quando ad essere allontanato è solo uno dei figli, nel 70% dei casi si tratta del figlio maggiore.

Li chiamano fallimenti adottivi, storie in cui perdono tutti. E che, secondo l’ultima conta superficiale, risalente all’inizio del secolo, sono circa il 3% del totale. «Il che significa che il 97% delle adozioni va a buon fine, ma anche che dal 2005 ci sarebbero stati oltre 1.500 bambini riconsegnati allo Stato», dice Anna Maria Colella, presidente dell’Arai, unico ente pubblico che opera nel settore in compagnia di 62 enti privati autorizzati dalla Cai, la commissione per le adozioni internazionali presieduta da Laura Laera che fa capo a Palazzo Chigi.

Di solito si comincia con le “crisi adottive”: i genitori si rivolgono ai servizi perché i problemi sono insormontabili e il ragazzo finisce in struttura per un po’, in attesa che si calmino le acque. Spesso però, le “crisi adottive”, ripetute, preludono al fallimento e, ad un certo punto, la coppia chiede che il bambino venga allontanato. Raramente si arriva alla revoca della patria potestà, più spesso si opta per un attenuamento della stessa, ma se la famiglia non è più intenzionata ad occuparsi del ragazzo, il Tribunale determina un nuovo stato di adottabilità. E il giro ricomincia.

“Il problema di fondo sono le aspettative dei genitori che arrivano all’adozione dopo un percorso fallito di procreazione, nel tentativo di riempire un vuoto”, spiega Patrizia Meneghelli, responsabile della struttura complessa Area Famiglia dell’Ausl 20 di Verona “e inevitabilmente hanno attese emotive esagerate”. Dall’altra parte invece, ci sono bimbi che “hanno subito l’abbandono, che hanno vissuto per strada, che ne hanno viste di tutti i colori – spiega ancora Meneghelli – o che magari hanno subito violenze e abusi”. Bambini difficili dunque, perché traumatizzati, chiusi, arrabbiati con la vita, che poi diventano adolescenti “impossibili”. “È nell’adolescenza che scoppiano le crisi più importanti: i ragazzi vanno male a scuola, assumono atteggiamenti aggressivi, a volte devianti” e spesso, per le ragazze, arrivano gravidanze inattese. “Ed è qui che la coppia, di solito, chiede di rinunciare”. “Il consiglio è uno solo: non rimandare. I problemi che si riscontrano durante la prima infanzia: problemi socolastici, difficoltà di adattamento, cattivo carattere, non sono segni che vanno sottovalutati. Bisogna farsi aiutare subito dagli esperti”, aggiunge Meneghelli.
Il post adozione è un aspetto centrale della vicenda adottiva, del suo successo, del benessere del bambino accolto e dell’intera famiglia. Per Rosa Rosnati, docente di Psicologia dell’adozione, dell’affido e dell’enrichment familiare presso l’Università Cattolica, «il servizio di post-adozione va indubitabilmente potenziato, anzi in molti casi direi proprio “creato”». E continua, affermando «la necessità di un cambiamento di prospettiva culturale: l’adozione non è esclusivamente un canale per avere un figlio, l’adozione ha in sé una intrinseca dimensione sociale​. Se i genitori hanno fin dall’inizio questa prospettiva, saranno più predisposti a chiedere aiuto: adottare non è un’impresa che può essere condotta in solitaria.».

Ma cosa succede al ragazzo? Torna in Istituto e lì rimane, fino al compimento dei 18 anni, con notevoli disagi. Non è più nel Paese d’origine, non ha legami con nessuno e quasi sempre diventa un adulto con dipendenza da alcol e droghe. E, a sua volta, un genitore che abbandona.

di Valentina Adobati