Il diritto a conoscere le proprie origini biologiche: sviluppi giurisprudenziali


di Francesca Zerella – Avvocato

Da dove veniamo? Chi siamo? Dove andiamo? La conoscenza di sé stessi passa per la conoscenza delle proprie origini familiari e genetiche ed è questo che consente di annoverare il diritto alla identità personale tra quei diritti inviolabili cui la nostra Carta costituzionale fa riferimento all’art. 2 e che la Repubblica è chiamata a garantire.

Proprio nell’ottica di tale logica identitaria, il legislatore nazionale, con la legge del 4 maggio 1983, n. 184, in materia di adozione e affidamento dei minori, si è preoccupato di regolamentare le modalità e le tempistiche nel rispetto delle quali l’adottato[1] sia legittimato a esercitare il diritto di accedere alle informazioni che riguardano l’identità dei genitori biologici. A tal proposito giova, sin da subito, tracciare una linea di confine tra i casi in cui la madre biologica abbia dichiarato all’atto di nascita di voler mantenere l’anonimato e quelli in cui, invece, detta manifestazione di volontà non ci sia stata. Va da sé, infatti, che in quest’ultimo caso, il desiderio del figlio di conoscere le proprie origini biologiche sia di più agevole realizzazione, data l’assenza di alcuna condotta ostruzionistica del genitore biologico. L’art. 28 della già menzionata legge, infatti, al comma 5, consente all’adottato che abbia raggiunto il 25° anno di età o che, in alternativa, abbia raggiunto la maggiore età – ma solo al ricorrere altresì di gravi e comprovati motivi attinenti alla sua salute psicofisica – di accedere alle predette informazioni a fronte della presentazione di un’apposita istanza al Tribunale per i minorenni del luogo di residenza. All’opposto, in tutti quei casi in cui la madre avesse dichiarato, al momento della nascita del figlio, di non voler essere nominata (cd. diritto all’anonimato), l’originaria formulazione del comma 7 precludeva tout court l’accesso alle informazioni concernenti le proprie origini biologiche. È facile intuire, quindi, come una norma così rigidamente strutturata – in quanto volta a tutelare unicamente la volontà del genitore biologico di rimanere nell’ombra e non anche la volontà del figlio di conoscersi pienamente e profondamente – potesse essere oggetto di interventi giurisprudenziali volti a limitarne la portata applicativa.

In un primo momento, è stata la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo a rilevare come la normativa italiana “non tenti di mantenere un equilibrio tra i diritti e gli interessi concorrenti in causa[2]” e a condannare il nostro Paese proprio per l’“anonimato incondizionato”, invitandolo a contemperare gli interessi in gioco e a bilanciare i diritti fondamentali in campo[3].

In un secondo momento, è stata la Corte costituzionale – con la sentenza n. 278/2013 – a dichiarare l’illegittimità costituzionale del summenzionato art. 28 co. 7 nella parte in cui non consente al giudice di interpellare la madre biologica, su richiesta del figlio istante, al fine di verificare la persistenza della sua volontà di mantenere l’anonimato. I giudici costituzionali, pertanto, hanno disapprovato il carattere irreversibile dell’anonimato e invitato il legislatore ad introdurre apposite disposizioni volte a disciplinare il procedimento di interpello, assicurando la massima riservatezza e circoscrivendo in maniera adeguata le modalità di accesso allo stesso ed i tipi di dati di cui consentire l’accesso[4].

Tale invito è rimasto, però, inascoltato e, a pochi anni di distanza, sono stati gli ermellini ad intervenire, a Sezioni Unite, con la pronuncia n. 1946/2017. I giudici di legittimità, oltre a confermare sostanzialmente quanto già previsto dalla suddetta sentenza della Corte costituzionale, hanno compiuto un passo ulteriore: essi, infatti, a fronte dell’assenza di un intervento normativo, hanno stilato delle linee guida relative al procedimento di interpello della madre, sottolineandone altresì la natura di procedimento di volontaria giurisdizione[5]. In ogni caso, come dispone l’art. 93 del Codice della privacy, i dati personali, che rendono identificabile la madre che abbia dichiarato di non voler essere nominata, potranno essere rilasciati in copia integrale, a chi vi abbia interesse, una volta decorsi cento anni dalla formazione del documento che li contiene.

Da ultimo, la Suprema Corte è nuovamente intervenuta – con l’ordinanza n. 22497/2021 – per aggiungere un ulteriore tassello al quadro giurisprudenziale sopra delineato. In particolare, è stata messa in luce la necessità di contemperare il diritto all’anonimato della madre con il diritto alla salute del figlio, allorquando quest’ultimo necessiti di informazioni sanitarie riguardanti il genitore biologico, al fine di verificare la presenza – ad esempio – di malattie ereditarie trasmissibili.

Tale approdo giurisprudenziale, ovviamente, nulla toglie alla tutela del diritto alla riservatezza manifestato dalla donna al momento del parto, potendo trattarsi anche di una mera consultazione cartolare dei suoi dati sanitari, consultazione che dovrà avvenire con l’osservanza di tutte le cautele necessarie a garantirle la non identificabilità.


[1] Cfr. M. G. STANZIONE, Identità del figlio e diritto di conoscere le proprie origini, G. Giappichelli Editore, Torino, 2015, p. 14 ss.: «se, inizialmente, il diritto di conoscere le proprie origini è stato attribuito con riferimento alla situazione dell’adottato, l’interpretazione successiva ha ampliato la sua estensione soggettiva, fino a ricomprendervi i figli concepiti mediante tecniche di procreazione medicalmente assistita eterologa, quelli abbandonati e tutti coloro i quali non conoscono l’identità di uno o entrambi i genitori biologici».

[2] Sentenza Corte Europea dei Diritti dell’Uomo, 25 settembre 2012 – ricorso n. 33783/09, Godelli c. Italia.

[3] Cfr. M. P. BIANCHETTI, La Corte Europea dei Diritti dell’Uomo richiama l’Italia a realizzare il diritto dell’adottato a conoscere le proprie origini, in Diritti Umani in Italia, 22 aprile 2013.

[4] V. amplius Parto anonimo, diritto del figlio a conoscere le proprie origini per ragioni sanitarie, 1 settembre 2021,in www.avvocatipersonefamiglie.it.

[5] Per approfondimenti v. M. FERRARI, Il diritto a conoscere le proprie origini prevale su quello della madre all’anonimato? in www.altalex.com.