Lo status filiationis negli uniti civilmente


di Francesca Zerella – Avvocato

Sono ormai decorsi più di cinque anni dall’entrata in vigore della legge n. 76 del 2016 (cd. Legge Cirinnà), con la quale il legislatore, nel disciplinare gli istituti delle unioni civili tra persone dello stesso sesso e delle convivenze di fatto, accanto al modello tradizionale di famiglia – ossia quella fondata sul matrimonio – ha riconosciuto l’esistenza di ulteriori realtà familiari, di ulteriori «formazioni sociali», diverse ma ugualmente meritevoli di protezione.

Con detto intervento legislativo, però, come è noto, non si è inteso equiparare completamente gli istituti di recente introduzione a quello del matrimonio e ciò è testimoniato – tra le altre cose – anche dalla impossibilità di applicare le norme esistenti in materia di adozione (e, quindi, in particolare, la legge n. 83 del 1984) alle coppie unite civilmente. Difatti, è stato proprio un cd. maxiemendamento del disegno di legge presentato dalla senatrice Cirinnà – attraverso il quale si è proceduto a eliminare il riferimento alla possibilità di adottare il figlio del partner (cd. stepchild adoption) – a consentire di porre la fiducia al testo[1].

La situazione appena descritta ha, inevitabilmente, delle ripercussioni in punto di instaurazione dello status filiationis nel caso di coppie omosessuali unite civilmente, dal momento che il legislatore ha intenzionalmente evitato di introdurre nella legge n. 76/2016 norme che attribuissero un diritto di divenire genitori.

Come spesso accade, però, la giurisprudenza è riuscita a colmare i vuoti lasciati da un legislatore non sempre in grado di stare al passo con i celeri mutamenti delle dinamiche sociali. Infatti, tenuto conto della frequenza con la quale le coppie dello stesso sesso si ritrovino a crescere figli, spesso minori, avuti da precedenti unioni, anche mediante tecniche di procreazione medicalmente assistita effettuate all’estero, e tenuto conto altresì dell’importanza di assicurare continuità a rapporti di filiazione che, seppur non formalizzati, siano significativi per il minore, la giurisprudenza ha recentemente ammesso l’estensibilità della figura della stepchild adoption (di cui all’art. 44 della L. 83/1984) anche alle coppie omosessuali[2]. Con tali pronunce la giurisprudenza dimostra di tenere particolarmente in considerazione il best interest del minore quale esigenza da salvaguardare prima di ogni altra, garantendo il diritto dei figli alla certezza e alla stabilità del rapporto con coloro che effettivamente esercitano la funzione genitoriale.

Ancora più di recente, inoltre, è stata la Corte Costituzionale a riconoscere l’esistenza di un vuoto normativo e ad invitare il legislatore a normare l’omogenitorialità, al fine di garantire strumenti di tutela adeguati allo status dei nati. In particolare, con la pronuncia n. 32 del 2021, la Corte, nel pronunciarsi sulle censure sollevate con riferimento allo status del nato da fecondazione eterologa praticata all’estero da una coppia omogenitoriale femminile, ha posto l’attenzione sulla necessità di legiferare, al fine di evitare al nato una grave lesione del diritto alla sua vita privata, a fronte del mancato riconoscimento del legame con la madre cd. intenzionale, lasciandolo esposto ad incertezze giuridiche non solo nelle relazioni sociali ma anche con riguardo alla sua identità personale. Inoltre, il mancato riconoscimento dello status filiationis, in questo caso, genererebbe una ingiustificata disparità di trattamento rispetto ai nati dalla pratica della procreazione medicalmente assistita allorquando ad essa accedano coppie eterosessuali, dal momento che – per via del solo orientamento sessuale delle persone che hanno comunemente deciso di procreare attraverso le suddette tecniche – il minore verrebbe privato del diritto alla bigenitorialità, con evidente contrasto con i principi di uguaglianza, di non discriminazione e di ragionevolezza, costituzionalmente e convenzionalmente garantiti.

È opportuno, pertanto, che il legislatore dimostri di saper essere al passo con i tempi, di saper colmare le lacune evidenziate – ormai ripetutamente – dalla giurisprudenza, individuando soluzioni in grado di porre rimedio alla attuale situazione di insufficiente tutela degli interessi del minore.


[1] Cfr. G. Ferrando, Diritto di famiglia, Zanichelli Editore, luglio 2017, pag. 215.

[2] Cfr. sul punto Cass. civ. sez. I, 22 giugno 2016, n. 12962, con la quale i giudici di legittimità hanno confermato la possibilità della adozione in casi particolari da parte della partner omosessuale, stabilmente convivente con la madre biologica del minore, sulla base della circostanza per la quale l’adozione in casi particolari di cui all’art. 44 co. 1 lett. d) della L. n. 184 del 1983, nel fare riferimento alla sussistenza della impossibilità di un affidamento preadottivo, può prescindere da un preesistente stato di abbandono del minore, essendo sufficiente l’impossibilità “di diritto” di procedere all’affidamento preadottivo del minore, potendo a tale adozione accedere anche le coppie omosessuali, atteso che nessun rilievo può essere attribuito all’orientamento sessuale del richiedente e alla natura della relazione da quest’ultimo stabilita con il proprio partner.