Aibi, Ciai e Cifa, Ong ormai “storiche” del settore delle associazioni che assistono e preparano le coppie nel lungo cammino dell’adozione, e fanno da tramite con i Paesi stranieri, arriva l’allarme. Un anno di discesa vertiginosa per le adozioni. Tra il 2001 e il 2016 si sono perse nel nulla 2.335 procedure internazionali, il 60% in meno. Quelle nazionali sono scese di 391 all’anno (da 1.290 a 899) con un calo del 31%. Il presidente di Ai.Bi Massimo Griffini è pessimista nel prevedere come finirà il 2017: «Ci aspettiamo di scendere sotto i 1200 bambini stranieri giunti in Italia, un minimo storico anche rispetto all’ultimo biennio 2014-2016. Preoccupa ancora di più il crollo delle domande di disponibilità e idoneità: meno 60% fra le internazionali, meno 36% le nazionali. E se le adozioni vere e proprie, quelle cioè portate a compimento, non sono ancora calate (siamo da tempo intorno ai 4 mila ingressi di bimbi stranieri all’anno) è solo perché ancora si fa sentire l’onda lunga delle pratiche cominciate un paio o più di anni fa.
«Le coppie sono sfiduciate. Troppo lunghe le attese, rinunciano una media di 500 ogni anno. La causa è anche il disinteresse a livello di politiche di governo. Da cinque anni la situazione è ferma. Non sono state aperte nuove frontiere, ad esempio Bolivia e Cambogia aspettano una risposta», insiste Ai.Bi. Poi le difficoltà dei servizi pubblici che procedono a rilento nei colloqui con gli aspiranti genitori. Si spera adesso in un rilancio e nel nuovo corso della nuova vicepresidente della Commissione adozioni internazionali (Cai), Laura Laera.
La Commissione per le Adozioni Internazionali (C.A.I.), istituita a tutela dei minori stranieri e delle aspiranti famiglie adottive, rappresenta l’Autorità Centrale Italiana per l’applicazione della Convenzione de L’Aja del 29 maggio 1993: essa garantisce infatti che le adozioni di bambini stranieri avvengano nel rispetto dei princìpi stabiliti dalla Convenzione de L’Aja sulla tutela dei minori e la cooperazione in materia di adozione internazionale. La Commissione per le Adozioni Internazionali ha sede a Roma, presso la Presidenza del Consiglio dei Ministri.
Tra le priorità della Cai, la ripresa di rapporti da creare con missioni all’estero dei nostri rappresentanti e inviti in Italia di inviati stranieri. La Cai ha cominciato a lavorare ufficialmente lo scorso settembre con la prima riunione di insediamento presieduta da Paolo Gentiloni e coordinata dalla vice, Laura Laera, ex del Tribunale dei Minori di Firenze, nominata a maggio. Il comunicato della presidenza del Consiglio accenna a «numerose irregolarità» riguardanti la precedente gestione di Silvia Della Monica.
L’ultima riunione deliberante era stata nel novembre 2013. Poi più nulla, tranne una formale riunione di insediamento nel giugno 2014. Sono passati tre governi (Letta, Renzi, Gentiloni), si sono susseguiti quattro diversi Presidenti della CAI (Kyenge, Renzi, Della Monica per più di due anni, Boschi), ma nessuno ha mai convocato la Commissione Adozioni Internazionali per svolgere quegli importantissimi compiti a cui è chiamata per legge ( l.184 del 1983 e d.p.r 108 del 2007).
La mancata convocazione della Commissione ha avuto conseguenze molto gravi sull’intero sistema delle adozioni internazionali in Italia: la Commissione Adozioni – organo collegiale composto da una ventina di membri tra cui rappresentanti di ministeri, della conferenza Stato Regioni, da esperti e da tre rappresentanti di altrettante associazioni familiari – ha il compito fondamentale di governare e garantire non solo la realizzazione ma anche la regolarità di tutte le adozioni internazionali in Italia, collaborando con le Autorità straniere dei Paesi di origine dei bambini adottati. La Legge 184 del 1983 parla chiaro a questo proposito: secondo l’articolo 39 la CAI «autorizza l’attività degli enti […] vigila sul loro operato, lo verifica almeno ogni tre anni, revoca l’autorizzazione concessa nei casi di gravi inadempienze, insufficienze o violazione delle norme della presente legge». Se la Commissione non si riunisce non può svolgere questa funzione di controllo e di conseguenza la correttezza delle adozioni è a rischio, così come la tutela dei fondamentali diritti dei bambini adottati e delle loro famiglie.
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di Valentina Adobati
